Verona. In carcere l’Inferno di Dante si fa preghiera – In prison, Dante’s Inferno becomes prayer

«Io le chiamo le mie due ore d’aria settimanali. Perché devo obbligatoriamente depositare il cellulare e questo è benefico, ma soprattutto perché respiro umanità, pur nelle furbizie, nell’opportunismo, che nella condizione carceraria ci sono e non vanno negati». Parla così della sua attività teatrale in carcere Alessandro Anderloni, autore e regista dello spettacolo Ne la città dolente, tratto dall’Inferno di Dante Alighieri, e inserito nella programmazione del Festival Biblico 2019. Oltre quattrocento spettatori hanno assistito (il 29 aprile e 2, 3 e 4 maggio) alla performance itinerante negli spazi del carcere di Montorio, a Verona. I protagonisti sono quattordici detenuti-attori della compagnia teatrale interna Teatro del Montorio, nata nel 2014 per volere della direzione su progetto dello stesso Anderloni, assieme a una detenuta-attrice e otto studenti delle scuole Marco Polo, Angelo Berti, Ipsia Giovanni Giorgi e Nani-Boccioni. L’iniziativa ha il sostegno della Fondazione San Zeno e il patrocinio dell’Ufficio scolastico VII d’ambito territoriale di Verona.
Corridoi, aule, palestre e passaggi della casa circondariale sono stati percorsi dagli attori insieme al pubblico, in una rievocazione dei luoghi e dei personaggi danteschi. «Parlare di inferno in carcere è vedere le parole di Dante incarnarsi nei corpi delle persone che vivono l’esperienza della reclusione. Il rumore della chiave che chiude la cella del conte Ugolino per farlo morire di fame con i propri figli, per i detenuti è familiare. Se il teatro, per qualche minuto, risce a interrompere quel circolo vizioso di sofferenza che li porta a pensare continuamente alla propria pena, alla famiglia lontana, allora è terapeutico. Ma dev’essere teatro vero, alto, importante, come appunto la Divina Commedia».

UN PROGETTO TRIENNALE

Lo spettacolo Ne la città dolente è il primo capitolo di un progetto triennale dedicato all’opera del Sommo Poeta (seguiranno il Purgatorio e il Paradiso), in occasione dell’anniversario dei settecento anni dalla morte, nel 2021. E lì, tra quell’umanità che a volte la società vorrebbe dimenticare, Anderloni ha scoperto un altro lato della sua fede. «Condividere la cappela del carcere insieme ai musulmani e ai buddisti perché, come dice il cappellano, quello è un luogo di tutti, scoprire che si è seduti vicino a una persona che sta recitando versetti del Corano: tutto questo mi fa sentire in comunione con chi ha una spiritualità diversa. Difficile dire che, finché si mette in scena la Divina Commedia in carcere, non si sta pregando. Magari è una preghiera laica, dove però emergono debolezze, speranze, il riconoscimento di un proprio errore, la frustrazione per non riuscire a dialogare con Dio. La fratellanza, la tenerezza, l’abbracciare, ma anche lo scontrarsi in maniera positiva con il fratello, fa parte del mio percorso di fede. Così come ne fanno parte i crocifissi scolpiti nella pietra, condividere un rosario con una signora davanti a una Madonna nel mese di maggio, partecipare a una processione con il ramo di olivo, raccogliere le prime primule per portarle sulla tomba del Venerdì santo».

Anderloni è cresciuto “all’ombra del campanile” di Velo Veronese, un piccolo paese della Lessinia. «Ho iniziato a cantare in chiesa nel grembo di mia madre che era organista. Sono stato chierichetto, catechista, corista, direttore di coro, animatore del teatro parrocchiale. Ho vissuto soprattutto l’aspetto della comunità, la devozione popolare autentica. Sono stato imbevuto della cultura legata alla nostra tradizione cattolica. E da questa tradizione ho tratto molti dei miei spettacoli, portando in scena i miei concittadini, che poi ho riunito nell’associazione culturale Le Falìe (il fiocco di neve), che è anche compagnia teatrale, coro polifonico e promotrice di battaglie per la salvaguardia del territorio. Ho sempre vissuto la mia scrittura teatrale legata ai temi religiosi con molta libertà, anche critica, ironizzando sull’ingerenza della Chiesa nelle questioni politiche degli anni ’70, o sul fatto che alcuni autori di canti fascisti composero anche canzoni da cantare in chiesa. Il tutto con quella verità inattaccabile che nasce dall’aver raccolto gli avvenimenti dalla viva voce delle persone. Mia nonna mi raccontava di essere stata a capo della milizia delle donne fasciste e, contemporaneamente, una delle responsabili dell’Azione cattolica. Sono testimonianze che, portate sul palcoscenico, smascherano pregiudizi e ipocrisie».
Anderloni, che è anche direttore di coro, vive una sofferenza: «Il decadimento della musica in chiesa. Nessuno canta più. Gli organi sono stati sostituiti dalle chitarre, dalle tastiere elettroniche, dai bonghi. Questo mi ha indotto a dedicarmi alla diffusione dei Salmi di padre David Maria Turoldo, la più grande invenzione musicale del dopo Concilio. Credo che la Chiesa abbia un grande bisogno di tornare a cantare bella musica».

IL TEATRO E L’AFRICA

Anderloni in Congo: teatro con gli ex bambini soldato

Un progetto iniziato nella Repubblica Democratica del Congo, «fare teatro con gli ex bambini soldato», ma interrotto dalla guerra, ha creato un legame imprescindibile con l’Africa. «La incontro in carcere, nelle scuole di periferia, negli istituti professionali. Siamo debitori verso questo continente, a cui continuiamo a vendere morte».

© 2019 Testo di Romina Gobbo – Foto di Flavio Péttene

pubblicato su Credere – domenica 12 maggio 2019 – pagg. 18, 19, 20, 21

 

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