L’acqua, vero bene comune. «Ora serve un governo mondiale» – «Water, a true common good. Now we need a world government»

«L’utopia è il motore del cambiamento, la forza degli esseri umani». Per Riccardo Petrella, professore emerito dell’Università Cattolica di Lovanio (Belgio), solo «l’audacia» – come titola la campagna “L’audacia nel nome dell’umanità” di cui è uno dei promotori – può aiutarci ad affrontare un problema di proporzioni mondiali come quello dell’acqua. «Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità – ricorda Petrella – ogni anno muoiono tre milioni e mezzo di bambini sotto i cinque anni perché non hanno accesso all’acqua, o perché bevono acqua cattiva. E a noi non interessa. A noi basta che la nostra acqua sia buona, sia in quantità sufficiente per i nostro bisogni quotidiani e abbia un prezzo tollerabile. Così non va. Noi vogliamo porre l’accento sulla necessità di acqua sicura per tutti gli abitanti della Terra». Di recente nel monastero del Bene Comune di Sezano, in provincia di Verona, per fare il punto sullo stato dell’acqua in quanto diritto universale e bene comune e pubblico mondiale, si sono confrontati vari esperti: Roberto Louvin, professore di diritto pubblico all’Università di Trieste; Renato Di Nicola, responsabile affari internazionali dell’acqua; Valter Bonan, assessore ai Beni Comuni di Feltre; Luca Cecchi, comitato Acqua bene comune di Verona; le “Mamme No Pfas”; Loretta Moramarco, Comitato Pugliese Acqua bene comune; Agostino Candito di Rampedre (movimento che difende il diritto all’acqua di tutti gli esseri viventi); Elena Mazzoni, portavoce No Ttip (Trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico). Dalla discussione sono emerse due proposte, in fase di elaborazione: la creazione del Consiglio di sicurezza dei Beni comuni, a partire dall’acqua, e il sostegno alle class action. «Il primo vuole essere uno strumento innanzitutto agli enti territoriali per potersi dotare di mezzi di allerta, in modo da identificare le criticità – chiarisce Petrella -. Ma sarà anche una pratica di trasparenza: le istituzioni devono essere obbligate ad informare i cittadini sulle situazioni di rischio per l’ambiente e la salute, non occultarle, come spesso si è fatto. Inoltre il Consiglio deve diventare un tavolo di partecipazione, perché i cittadini devono poter prendere parte alle decisioni. La difficoltà da superare è quella giuridica: senza un poter vincolante, il Consiglio non varrebbe nulla; bisognerà allora lavorare per far inserire questo strumento negli statuti degli Enti. «C’è poi un livello mondiale: in quel caso il Consiglio dovrebbe occuparsi in particolare delle città multimilionarie. Alcuni studi attestano infatti che 332 città, le quali già oggi hanno più di cinque milioni di abitanti, nel 2050 si ritroveranno a secco. E l’Onu specifica che fra il 2050 e il 2070 l’insicurezza idrica riguarderà più di cinque miliardi di persone».

L’altro focus riguarda la cosiddetta class action, ovvero l’azione collettiva di denuncia di chi non rispetta le leggi per la salvaguardia, la cura e la promozione della salute degli esseri umani. «Ma anche qui non il nostro stile. Noi non diciamo: chi inquina paga. Noi diciamo: non si inquina! Punto. Dunque la proposta non è una richiesta di rimborso o di scambio, bensì una modalità di impegno dei cittadini, perché è nell’interesse di tutti impedire che un’impresa continui a contaminare una falda o a scavare una montagna. Tra l’altro, la nuova recentissima legge sulla class action sancisce che si possa partecipare a un’azione legale collettiva contro chi ha commesso un reato anche se non si sono subiti danni diretti. Non si tratta quindi di promuovere denunce “vendicative”, ma di allargare lo spettro dei metodi democratici partecipati».

© 2019 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – martedì 9 luglio 2019  – Attualità – pag. 10

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