«Noi, dispensatori di carità» – «We, dispensers of charity»

Dopo l’ordinazione a Vicenza dei primi sette diaconi permanenti della Chiesa italiana, il 20 gennaio 1969, seguita un mese dopo da quella del diacono vicentino in servizio missionario a Crotone, Giuseppe Creazza, l’esperienza si diffonde in tutte le diocesi. Tra le prime: Napoli, Torino, Reggio Emilia. Oggi i diaconi in Italia sono oltre 4.500. Il loro servizio è molto variegato, ma è soprattutto la loro vita ad esserlo. Il servizio diaconale si affianca spesso alla professione e alla famiglia, visto che la maggiori parte di loro è sposata. Molti poi operano all’interno delle Caritas e al servizio degli ultimi e per questo sono stati chiamati “dispensatori di carità”.

«Il tema “dispensatori di carità” abbraccia tutto il discorso di animazione della carità – spiega monsignor Francesco Antonio Soddu, direttore di Caritas italiana, a Vicenza per il convegno “Diacono custodi del servizio. Dispensatori di carità”, che termina oggi -. Non si esaurisce con l’espletamento del servizio, ma diventa propulsore della comunità nei confronti dei poveri, e riconosce in questi ultimi il Cristo. Da qui nasce un percorso di discernimento, che significa agire secondo lo Spirito: essere disposti all’azione, non invadente, non pervasiva, ma creativa dello Spirito, che può anche scompaginare i nostri convincimenti». Soddu definisce l’evento vicentino «un momento di ossigeno». «Questo convegno – continua – è segno positivo dell’azione di Dio, che ci chiede di creare una nuova mentalità. Ma è necessario capire ciò che lo Spirito ci sta dicendo. Quando ci mettiamo in questa prospettiva, può emergere la lamentela – chi me l’ha fatto fare? – ma, messa nelle mani di Dio, questa dimensione umana – diceva il cardinal Martini – diventa genere letterario biblico, la “lamentazione”. Bisogna mettere tutto nelle mani di Dio, perché tutto possa ritornare animato almeno dalla Sua benedizione che, per quanto riguarda il cristiano, è la capacità di poter riprendere tutto daccapo con una nuova attenzione. Allora il servizio diaconale assume la vera dimensione del servizio cristiano, cioè segno salvifico; quello che ha fatto gesù, non era servilismo, era il segno della sua donazione totale, salvifica e redentiva. Questo proietta nel mistero centrale del servizio e dell’amore di Dio che è l’Eucaristia. Il diacono è custode di tutto questo. Non del fare, ma del servizio segno salvifico, chiarificatore, manifestazione dell’Eucaristia, oblazione».

© 2019 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – Catholica – sabato 3 agosto 2019  – pag. 15

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