Enzo Petrolino. Diaconato: un ministero di frontiera – Deaconate: a frontier ministry

Reduce dal XXVII Convegno nazionale sul diaconato che si è tenuto a Vicenza ai primi di agosto, Enzo Petrolino, da oltre quindici anni presidente della Comunità del diaconato in Italia, che ha organizzato l’evento in terra berica, non si risparmia. Infatti è in partenza per il Guatemala, dove porterà la sua testimonianza di diacono italiano, così come ha già fatto in Messico, in Argentina, a Cuba e in tanti altri Paesi del mondo, a dimostrazione della vivacità dell’unica vocazione in aumento. «La cosa interessante», dice, «è che il diaconato cresce non per mancanza di preti, ma perché si è capito che può essere un ministero davvero di frontiera, in uscita, al servizio degli ultimi. La diaconia è il cuore della missione della Chiesa». Enzo nasce nel 1948 a Reggio Calabria, in una famiglia molto devota, e fin dall’adolescenza si impegna in parrocchia. Seguono gli incarichi in Azione cattolica, l’incontro con la moglie Maria, che l’ha sposato nel 1977 e che ne ha sempre condiviso valori e intenti, la professione di direttore di un ente per il diritto allo studio universitario. Un iter simile a quello di molti altri diaconi italiani. «In effetti, la maggior parte di noi ha un passato di servizio alla Chiesa. Da lì il passo verso qualcosa di più pregnante è breve. A volte si tratta solo di trovare l’assistente spirituale che ti fa la proposta. Nel mio caso, devo ringraziare don Alberto Altana dei Servi della Chiesa, precursore del diaconato in Italia».

Che cos’è esattamente il diaconato permanente?

«Attestato nella Chiesa antica fin dal racconto degli Atti degli Apostoli, si tratta del primo grado del ministero ecclesiastico, dopo ci sono il presbiterato e l’episcopato. Tuttavia, non è solo una tappa intermedia verso il sacerdozio, ma è anche uno “stato permanente”. Il diacono è ordinato dal vescovo e quindi fa parte del clero. Ma, diversamente dai presbiteri, può anche essere sposato, purché la moglie conceda il consenso canonico».

Come si fa a tenere insieme questi due sacramenti?

«Il sacramento dell’Ordine di cui facciamo parte come chierici, si innesta in quello del matrimonio. Credo che il fascino di questa vocazione stia proprio in questa duplice dimensione. Oggi la sfida è di avere delle famiglie diaconali, lavorare sempre più in sinergia, per riuscire ad assicurare il servizio pastorale là dove le comunità sono prive di pastore. Il nostro Paese è il primo in Europa per numero di diaconi (oltre 4.500) e il terzo nel mondo dopo Stati Uniti e Brasile. Siamo tantissimi, e dobbiamo fare di più».

Possibilità di scelta tra celibato e matrimonio anche per i sacerdoti. Che ne pensa?

«Perché no? Nel Sinodo sull’Amazzonia indetto per ottobre da papa Francesco, si parlerà dei “viri probati”, ovvero la possibilità di conferire il sacerdozio a uomini sposati adulti nella fede e nell’età. Al momento riguarda solo la Chiesa dell’Amazzonia, ma è sicuramente un’apertura».

Quali sono i compiti del diacono permanente?

«Come Cristo è venuto per servire, così il diacono, che è “uno del popolo”, si pone come “ponte” fra altare e assemblea durante le celebrazioni eucaristiche. Assolve compiti pastorali e ministeriali (proclama il Vangelo, distribuisce la Comunione, amministra il Battesimo, presiede le esequie…), e poi, fuori dalla chiesa, si dedica a opere sociali e caritative».

Siete pagati?

«No, si tratta di una dedizione totale e gratuita alla Chiesa. La nostra ricompensa è come la comunità parla di noi. Gesù dice: “La gente chi dice che io sia?”. Noi ci dobbiamo porre questo interrogativo. Perché quello che le persone dicono rappresenta la cartina di tornasole dell’adeguatezza del nostro compito. In passato c’è stato chi spingeva per l’8 per mille. Ma noi non lavoriamo per i soldi, lavoriamo per la bellezza».

Quali sono le prossime questioni da affrontare?

«Serve una formazione più mirata al nostro ministero. Al momento, il diacono o si forma negli Istituti superiori di scienze religiose o nelle facoltà teologiche, ma i primi sono pensati per i laici, le seconde per i presbiteri. Poi ci sono le difficoltà con le quali alcuni di noi si confrontano. Specialmente chi è impegnato con gli immigrati talvolta riceve insulti, minacce».

Qual è il suo rapporto con Gesù e con la preghiera?

«Gesù per me è un amico a cui chiedo spesso consiglio. La preghiera mi aiuta, non solo quella intima, ma anche nella Messa. Mi emoziona tantissimo proclamare il Vangelo. Sento viva la Parola del Signore che proclamo, e cerco di farlo nel modo migliore possibile».

© 2019 Romina Gobbo

pubblicato su Credere – domenica 8 settembre 2019 – pagg. 40, 41, 42

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