Amazzonia, polmone ferito della terra – Amazonia, wounded lung of the earth

Si chiamano piscinas, ma non servono certo per nuotare. Eppure sono vasche. Se ne contano quasi un migliaio nella parte di foresta amazzonica ecuadoriana compresa tra le province di Sucumbíos e Orellana. Sono scavate nel suolo a tre, quattro metri di profondità, senza rivestimenti isolanti. «La compagnia petrolifera Texaco, poi acquistata da Chevron Corporation – che dal 1972 al 1992 ha trivellato il Paese – ha sversato in quelle fosse circa 60 miliardi di litri di acqua tossica, scarto dell’attività estrattiva petrolifera, Inendo con l’inquinare un’estensione territoriale di 480 mila ettari, coinvolgendo, a vari livelli, Ino a 250 mila persone», spiega l’avvocato- attivista Pablo Fajardo. La “Missione Ecuador” (1-11 settembre) – organizzata dalla Ong Focsiv (Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontario) per far conoscere questa parte di mondo in vista del Sinodo per l’Amazzonia indetto da papa Francesco (si terrà in Vaticano dal 6 al 27 ottobre) – per noi giornalisti inizia da qui. La capitale Quito, il cui centro storico è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio culturale dell’umanità, poi la sosta a Tena, a Casa Bonuchelli, sede di Engim (Ente nazionale Giuseppini del Murialdo), per visitare i progetti a favore dei giovani e delle donne, quindi il viaggio in pullman, svalicando le Ande. Oltrepassiamo i 4 mila metri e tocchiamo con mano che in Ecuador possono coesistere quattro stagioni in un solo giorno.

La carretera è ben curata perché vi transitano i camion con i loro preziosi carichi di petrolio, un “bene” che, tra il 2006 e il 2014, ha assicurato al Paese una crescita media del Pil del 4,3%. Ma ora, a causa del ribasso del prezzo del greggio, del terremoto del 2016, del Jusso costante di rifugiati, prima colombiani, oggi anche venezuelani (che il Governo ha cercato di rallentare istituendo, lo scorso agosto, l’obbligo di visto umanitario), l’economia sta soffrendo. I quasi 17 milioni di ecuadoriani vivono con un reddito annuale pro capite di circa 6 mila dollari (dato 2017). Eccoci nella città di Lago Agrio (Nueva Loja), sorta negli anni Settanta a seguito del boom dell’estrazione petrolifera. Ci aspettano ancora tre ore di pick up e una camminata nel fango.

Toxic Tour in Amazzonia: quei fiumi dalle acque tossiche e la maggiore incidenza di tumori per abitante al mondo

Nel cuore della foresta pluviale, Donald Moncayo e Pablo Fajardo, attivisti della Udapt (portavoce dei diritti delle vittime Chevron- Texaco) affondano il badile e subito dalla terra zampilla liquido nero e una zaffata di benzina colpisce le narici. Benvenuti al “Toxic Tour”! La parte più bella della foresta amazzonica, alimentata da fiumi che scendono dai ghiacciai perenni di montagne vulcaniche alte anche 6 mila metri e una delle maggiori riserve di biodiversità presenti sulla Terra, è ferita gravemente. Sessantaquattro miliardi di litri di acque reflue tossiche hanno ammorbato i fiumi dove le donne lavano i panni e attingono l’acqua per cucinare. Gli uomini pescano. I bambini nuotano. Qualcuno di noi indossa i guanti e affonda le mani in quella melma malsana, che ha reso questa l’area al mondo con la maggiore incidenza di tumori per numero di abitanti, come ha documentato uno studio del 2016 realizzato da Udapt con la Clinica Ambiental e la Ong svizzera Cssr. «Cinquecentocinquanta casi ogni 100 mila persone», precisa Fajardo, anche lui nato nei pressi di uno dei 365 pozzi petroliferi, 47 anni, di cui gli ultimi quindici trascorsi a difendere i diritti delle popolazioni amazzoniche. «Ogni anno ci sono 200 nuovi casi, le donne sono le più colpite perché utilizzano di più l’acqua: su quattro casi di cancro, tre sono donne. Di cancro all’utero qui si muore. Quando ero piccolo giocavo nel liquame nero, pensavo fosse normale, non potevo immaginare che ci stavano avvelenando».

«Quando ci accorgemmo che i fiumi erano inquinati», racconta Fabio Scotto, coordinatore del progetto “Juntos” (piccoli produttori in rete di caffè e cacao) di Cefa, «pensammo che si potevano creare dei bacini per raccogliere l’acqua piovana. Quello che non sapevamo era che pioveva petrolio». La multinazionale infatti aveva costruito anche 384 mecheros (inceneritori), che bruciano 24 ore su 24 le scorie del greggio a temperature di 70-80 gradi e le cui emissioni tossiche arrivano fino a 250 chilometri. Camini costantemente accesi, lingue di fuoco che illuminano le notti della Sierra, tutto intorno una morìa di insetti. Questa è la foresta che brucia perennemente, che avvelena l’aria e, per lo Stato ecuadoriano, è perfettamente legale.

Ecuador: la sentenza dalla parte della popolazione, i 9,5 miliardi di dollari mai risarciti dalle multinazionali, le popolazioni locali estinte o sradicate

Grazie a Fajardo, Donald Moncayo e a tanti membri delle comunità indigene, la Chevron-Texaco è stata chiamata in giudizio per rispondere del danno ambientale. «Il nostro obiettivo», aggiunge Moncayo, «è anche combattere contro il corporativismo delle multinazionali del petrolio, spesso coperte e appoggiate dai Governi locali». Nonostante la sentenza favorevole alla popolazione da parte della Corte provinciale di giustizia di Sucumbíos (poi ratificata dalla Corte costituzionale) abbia condannato la Chevron-Texaco a risarcire le vittime con 9,5 miliardi di dollari, la multinazionale non ha mai assolto all’obbligo. Il 30 agosto 2018 una Corte di arbitrato privata ha emesso un lodo con il quale ordina allo Stato ecuadoriano di implementare gli strumenti per annullare la sentenza. Questo vorrebbe dire che i diritti commerciali superano i diritti umani e finirebbe con il dare un colpo di spugna a ventisei anni di lotte. Non è stata danneggiata solo la ricchezza ecologica, ma è in gioco anche la vita delle popolazioni indigene che vi abitano. I Tetetes e Sansahuari si sono estinti. I Kofan – così come i Siekopai, i Siona, gli Shuar, i Quechua e i Waorani – sono stati costretti ad abbandonare i loro territori. Diciannove anni fa, però, un gruppo di quattro famiglie Kofan ha deciso di tornare lungo il rio Amarillo, al confine tra Ecuador Colombia, e di vivere secondo le proprie tradizioni secolari. È nata così la comunità Avie, guidata da Cesar e Willian Lucitante. «Ci sono due mondi», dice Willian, «quello in cui in nome del progetto tutto è concesso e quello in cui si vive di ciò che offre la foresta, come facciamo noi. Ma il primo mondo sta uccidendo il secondo ».

AMAZZONIA, SOGNO DI UNA NATURALEZA (PERDUTA?)

Mangiamo con loro riso, pesce e platano, nella loro casa in legno costruita come una palafitta rialzata da terra per difendersi dalle inondazioni. Poi ci stendiamo sull’amaca, assaporando la tranquillità e i ritmi lenti di un luogo ancora puro. In lontananza si sentono i versi di animali esotici e intorno scorrazzano le galline. In mezzo a loro c’è Taly, la più piccola della comunità, che gioca, salta e ride, totalmente parte di questa natura, anzi, naturaleza, perché in spagnolo suona ancora più dolce.

© 2019 Romina Gobbo

pubblicato su famigliacristiana.it – mercoledì 16 ottobre 2019

http://www.famigliacristiana.it/articolo/amazzonia-polmone-ferito-della-terra.aspx

 

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