«Ecco perché è bellissimo essere moglie di un diacono» – «That’s why it’s great to be a deacon’s wife»

Cosa vuole dire essere moglie di un diacono permanente? «Quando tuo marito è via tutta la domenica, tu sei sola. Tuo marito, non c’è, questo va sottolineato. Ma ci affidiamo allo Spirito Santo. “Voi date un bicchiere d’acqua, vi verrà dato molto di più”. Ecco, io voglio il centuplo», afferma Vilma Bernasconi, di Guanzate (Como), moglie di Giambattista Sordelli, diacono da cinque anni. Il diaconato permanente «è un dono di Dio, ma è anche molto impegnativo», continua Vilma. Non solo per il tempo che richiede, ma anche per le dinamiche che innesca. La doppia dimensione – di essere chierico e sposato allo stesso tempo -, può rafforzare il matrimonio, ma può anche metterlo a dura prova, specialmente quando ci sono figli.

Paola Dall’Oglio, di Parma, è sposata da 36 anni con Mario Gerboni, diacono dal 2000. Paola, Vilma, Ornella e Maria Teresa sono mogli di diaconi. In Italia sono circa 4.000, a fronte di 4.500 diaconi perché, oltre alla maggior parte che sono sposati, ci sono anche celibi e dei vedovi. Le mogli sono un’ottima risorsa per la Chiesa, non solo dal punto di vista operativo – sono quasi sempre impegnate anche loro in parrocchia, o in aiuto al marito, o in altre attività -, ma soprattutto dal punto di vista spirituale, della forza che infondono nella coppia, e della condivisione dei valori. Infatti, il consenso della moglie al ministero diaconale del marito è conditio sine qua non.

«Il diaconato permanente è una scelta che si innesta su quella del matrimonio – spiega la napoletana Ornella Di Simone, moglie di Roberto Amodio, diacono dal 2008 -. Questo nuovo sacramento dev’essere condiviso, altrimenti rischia di diventare un elemento di rottura della coppia. Anch’io all’inizio ero perplessa, temevo che questo suo “nuovo mondo” potesse allontanarci. Mio marito, invece, mi ha sempre coinvolta, raccontandomi ciò che gli suscitava quello che stava vivendo. La sposa non può salire all’altare, per il resto vive tutti i momenti pregnanti assieme al marito e a volte lo aiuta nelle attività sociali e caritative. Insieme, marito e moglie scelgono di riservare un’attenzione particolare ai poveri, agli emarginati. Io sono stata convocata dal Vescovo, ho dato il mio consenso, e poi ho condiviso con mio marito il momento della vestizione, confermando di voler fare questo percorso con lui. È stata una cerimonia molto emozionante. È come se mi fossi vestita anch’io».

«I nostri mariti sono persone impegnate nel lavoro, sono padri di famiglia. Ma quando vengono “chiamati”, iniziano una preparazione onerosa, delicata, profonda, che richiede anni di studio, per poter accedere al ministero. La loro vocazione si riverbera su tutta la famiglia, e a volte l’impatto è pesante – conferma Vilma -. Pertanto quello della moglie dev’essere un “sì” effettivo, che va molto ponderato, perché ti cambia la vita. Il diacono, senza la sposa, è privo di una parte. Oggi posso dire di essere onorata della vocazione di mio marito».

«La grazia porta con sé anche la sofferenza. Abbiamo quattro figli, oggi sono adulti, ma quando mio marito è diventato diacono, il più grande aveva 17 anni, si sentiva un po’ come il “figlio del prete”», aggiunge Maria Teresa Vizzari, di Taurianova (Reggio Calabria), moglie di Vincenzo Alampi, diacono da diciannove anni. «I miei figli all’inizio hanno guardato il padre smarriti. Oggi, invece, lo stimano molto. Sono tutti e tre laureati. Credo che sia stato uno stimolo anche per loro vedere il loro padre a cinquant’anni rimettersi a studiare. Trentasei esami e la laurea. Il ministero diaconale è una cosa seria», specifica Vilma.

Importante per le signore è trovare modi per sostenersi a vicenda. «Lo scorso anno, durante un ritiro, con una trentina di altre mogli, abbiamo deciso di aprire un gruppo WhatsApp – continua Vilma -. Altre se ne sono aggiunte dopo. Alcune magari non scrivono nulla, ma leggono. C’è chi condivide un pezzo di Vangelo, chi un pezzo di vita. Anche se non ci conosciamo perfettamente, questo debole filo ha fatto la differenza, perché quando ci incontriamo, ci cerchiamo, ci riconosciamo; questo ci aiuta a portare i pesi e ci scalda il cuore».

«Nel 2009, a Campobasso, al convegno organizzato dalla Comunità del diaconato in Italia, la moglie di un diacono francese ha proposto un questionario per fotografare la realtà delle mogli italiane. Ci siamo attivate, poi glielo abbiamo spedito, e successivamente lei ci ha restituito i risultati. Sono emerse le difficoltà, ma anche la bellezza di avere un marito che vive la vocazione diaconale. Tutto questo andrebbe maggiormente divulgato e discusso», aggiunge Paola. Certo, il tempo è uno dei fattori cruciali, perché parliamo di persone – uomini e donne – che lavorano.

«La cosa migliore da fare è portare la tua esperienza nella tua professione – riprende Paola -. Insegno in un istituto superiore tecnico e professionale e ho la responsabilità di formare i tutor che accolgono i “primini”. Nei corsi di formazione con mio marito, ho appreso come essere più creativa nel rapportarmi ai ragazzi, per favorirne la spiritualità e l’introspezione». «Mio marito è direttore della Caritas di Rosarno e del centro di accoglienza. Io insegno religione alle elementari, e catechismo. Ai miei ragazzini parlo degli immigrati, delle loro fatiche, dei loro viaggi verso una vita migliore», dice Maria Teresa.

Insomma, le mogli dei diaconi non sono solo “mogli di”. Anzi, oltre ad avere una personalità spiccata e una buona dose di pazienza, vivono una fede profonda. «Io ho il Signore al mio fianco sempre. La mia fede è molto poco teologica. Mi affido a Dio quando cucino, quando lavoro, quando incontro gli amici. Sto bene a casa, sto bene in chiesa. Prego da sola, ma anche con mio marito. Diciamo assieme le Lodi, il rosario. Quando siamo in ferie, ci accostiamo al Vangelo tutte le mattine. Mio marito legge, io ascolto, e questo ci accompagna per tutta la giornata», dice Vilma.

«Gesù è il centro della mia vita – conferma Maria Teresa -. Più vado avanti con gli anni, e più Lui cresce dentro di me. La preghiera è un nutrimento quotidiano, quella che recitiamo assieme con mio marito, ci arricchisce e unisce ancora di più». «Ogni momento della vita per me è preghiera – dice Ornella -. Qualsiasi cosa io faccia, la faccio pensando a Gesù, e voglio amare gli altri così come mi sento amata da Lui».

«Io sono molto Marta, ma bisogna essere anche un po’ Maria. Il rischio di essere sempre così operativa, è di dar poco spazio alla mia interiorità. Adesso sto cercando di ritagliarmi dei momenti per il confronto con la Parola. Leggo il Salmo e lo ripeto. Uso molto l’autoe quello è diventato il mio luogo privilegiato di preghiera», conclude Paola. All’ipotesi delle donne diaconesse, le spose sono favorevoli. Condividono il pensiero che le donne nella Chiesa hanno molto da dare in termini di risorse e potenzialità. Sono, tuttavia, consapevoli che «l’idea di una donna sull’altare è ancora difficile da digerire». Tutte, però, se lo augurano, quando «i tempi saranno maturi», nella certezza che «il Signore non fa differenze di genere». Alla domanda, “ma voi sareste interessate?“, la risposta è unanime: «In famiglia ne basta uno». Tuttavia, se Gesù dovesse chiamare…

© 2019 Romina Gobbo

pubblicato su Noi famiglia & Vita – inserto di Avvenire – domenica 27 ottobre 2019

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