L’oceanografo: «Il cambiamento climatico conta, ma c’è anche la mano dell’uomo» – The oceanographer: «Climate change matters, but there is also the hand of man»

«La pioggia non c’entra niente con l’acqua alta o, meglio, è una configurazione accessoria». Comincia con i chiarimenti Andrea Bergamasco, oceanografo fisico, primo ricercatore di Scienze Polari del Cnr di Venezia. A devastare Venezia e il litorale del Nordest, martedì sera, è stata la sincronizzazione tra la marea astronomica – marea di base che c’è sempre – e quella meteorologica, spinta dal vento di scirocco. Così il livello del mare è salito a 187 centimetri, il dato più altomai registrato dal 4 novembre 1966, quando si raggiunsero i 194 centimetri. «Il maggior responsabile – continua Bergamasco – è il vento, che soffiava a cento chilometri all’ora. Per fortuna poi ha cominciato a rallentare fino a fermarsi; se invece avesse continuato a soffiare per un’altra oretta, avrebbe sicuramente forzato la marea a superare quella del ’66. Lo scirocco soffia prevalentemente da sudest e quindi copre tutto l’Adriatico nella sua lunghezza. Parte da Otranto e risale fino alla Laguna. Se a Venezia il vento soffiava a 100 chilometri orari, ad Otranto sicuramente molto di più. Così facendo, forza il livello di tutto il mare Adriatico a salire verso Nord, aggiungendosi al normale contributo mareale lunare. Come spesso accade a queste perturbazioni “normali” per le nostre latitudini, esse si verificano in tardo autunno. Se l’evento fosse avvenuto a fine estate, probabilmente si sarebbe realizzato con scale orizzontali più piccole, il vento generato sarebbe stato ancora più intenso, e con effetti anche peggiori».

Quando, però, il vento ha “mollato”, è successo un altro effetto particolare.

«L’acqua ha cominciato a defluire velocemente, per tutta la città di Venezia era come se ci fossero torrenti in piena. Questo è pericolosissimo, soprattutto per le persone».

Si è parlato di onde di altezza inusuali.

«Quelle registrate in mare aperto hanno raggiunto l’ordine di grandezza massimo di 7, 8 metri».

Da parte dei veneziani si è puntato il dito contro il Mose.

«Non si può dire che il Mose non ha funzionato, perché è ancora incompleto. Finché non sarà finito, non potremo dire che non funziona. Certo che, essendo stato progettato per una configurazione climatica di qualche decennio fa, anche nel momento in cui sarà finito, non sarà così al passo con i tempi. Inoltre, anche la parte già completata e installata potrebbe già aver bisogno di manutenzione».

Il climate change ha sicuramente la sua importanza, ma i problemi di Venezia vengono da lontano.

«Non dimentichiamo la mano dell’uomo. Negli anni ’60, a Marghera facevano l’emungimento delle falde acquifere. C’era bisogno d’acqua e andavano a prenderla là dove costava meno. Questo ha fatto sì che il suolo si sia abbassato. La perdita altimetrica totale dal 1908 al 2015 è di 26 centimetri. Se mettiamo insieme l’innalzamento del livello medio del mare a causa dei cambiamenti climatici e l’abbassamento del suolo, direi che la conseguenza per il futuro è facilmente prevedibile».

A far infuriare gli abitanti è stato anche l’allarme ritardato.

«Se bel ’66 avessimo avuto la potenza di calcolo attuale, sappiamo ora, che avremmo potuto prevedere il fenomeno cinque giorni prima. Quello che ci ha stupito è che questa volta, invece, non siamo riusciti a fornire previsioni con largo anticipo. E questo è un chiaro effetto del cambiamento climatico, che rende i cambiamenti meteo molto rapidi e intensi».

Non si può dire che non si sapeva.

«Noi continuiamo da anni, se non da decenni, a mettere in guardia, ma pochi ci ascoltano. Non sappiamo dire dove e quando colpirà, ma sarà sempre peggio e con un tempo di ritorno sempre più breve».

© 2019 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – venerdì 15 novembre 2019

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