Quali effetti dei cambiamenti climatici in Africa? – What effects of climate change in Africa?

DW(ITALIA). «L’Anno Zero dell’apocalisse climatica»: così il quotidiano britannico “The Guardian” il 18 dicembre ha definito il 2019. Se fine anno è tempo di bilanci, quello relativo agli eventi climatici estremi, è davvero preoccupante. Apertosi con un’ondata di calore da record in Australia, il 2019 è poi continuato con perturbazioni violente, inondazioni che hanno colpito un po’ ovunque – ci resta negli occhi l’eccezionale alta marea a Venezia -, incendi (anche se qui spesso c’è la mano dell’uomo), scioglimento di ghiacciai, periodi sempre più lunghi di siccità che preludono alla desertificazione. L’Africa di tutto questo non si fa mancare nulla. Non fosse altro che per le sue dimensioni considerevoli, contempla le più disparate condizioni climatiche. Comprese quelle glaciali. Il ghiacciaio di Rebmann, in Tanzania, situato sulla sommità del monte Kilimanjaro è quel che rimane di un’enorme cappa di ghiaccio che si è ritirata significativamente nell’ultimo secolo.

Oltre metà dei paesi africani sono stati colpiti, in tempi diversi, da alluvioni e siccità. Tra i primi dieci paesi del pianeta a maggiore vulnerabilità rispetto ai cambiamenti climatici, sette sono in Africa: Ciad, Eritrea, Etiopia, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone e Sud Sudan. Facciamo assieme un tour virtuale, per cercare di capire meglio che cosa sta succedendo.

Tra marzo e maggio, stagione delle piogge, nel Corno D’Africa (Kenya, Somalia, Etiopia, Uganda), alcune aree hanno ricevuto meno della metà della loro media stagionale. L’Etiopia “ha sete” praticamente da trent’anni, complice “El Niño”, un fenomeno ciclico aggressivo che, provocando il riscaldamento delle acque del Pacifico, porta inondazioni, cicloni e siccità anche a paesi geograficamente lontani. Quando il caldo imperversa, in Etiopia si arriva anche a 50 gradi; quando piove, si aprono le cateratte. Un martirio per un Paese la cui economia si basa essenzialmente su agricoltura e pastorizia, entrambe dipendenti dall’acqua piovana. Eventi estremi in aree così vulnerabili significano crisi umanitaria sicura: morte di uomini e animali, fame, grave situazione igienico-sanitaria, malattie, masse di sfollati che vagano senza meta da una zona all’altra, “invadendo” territori altrui e diventando così causa involontaria di conflitti tribali. Non stiamo parlando di cento, mille, cinquemila, ventimila persone, bensì di milioni. Nell’Afar (nord-est dell’Etiopia), la zona più colpita da siccità e carestia, migliaia di ettari di terreno sono ormai incoltivabili, alla gente non resta che emigrare verso le regioni Amhara, Oromia e Tigray, sperando in condizioni di vita migliori.

A novembre, un altro dramma: vaste regioni sono state colpite da piogge torrenziali che hanno provocato violente inondazioni. Il centro del continente è praticamente “annegato”: Sud Sudan, Centrafrica, Camerun. Una vasta area paludosa, denominata Sudd, è situata al centro del Sud Sudan. La regione è considerata uno dei più grandi ecosistemi di acqua dolce al mondo. Le alluvioni sono importanti per mantenere la biodiversità. Ma quando le piogge sono esagerate, lo scotto da pagare per la popolazione è l’isolamento. Le strade, già precarie, vengono meno. Ero là nel 2011, un paio di mesi prima della dichiarazione di indipendenza, ci vollero parecchie ore per percorrere 200 chilometri. L’auto slittava come su una pista insaponata e ogni tanto le ruote affondavano nel fango. Quand’è così, in alcune zone ci si può muovere solo con le canoe o, dove i fiumi non sono troppo alti, si guada a piedi. All’inizio di autunno di quest’anno, l’acqua ha inghiottito interi villaggi, altri sono rimasti inaccessibili per settimane. Le precipitazioni hanno raggiunto il 230% rispetto alla normale quantità di pioggia, sono caduti cioè 425 mm, mentre la media del periodo è di 200 mm. L’ennesima mazzata per un Paese dove, a causa di una guerra civile infinita, già oltre sette milioni di persone erano in stato di necessità. Gli anziani, pur abituati alle alluvioni, non ricordano di aver mai visto niente di simile. Non è andata molto meglio nel nord del Camerun, dove la popolazione locale da anni vive nel terrore per le incursioni di Boko Haram dalla Nigeria, e agli stranieri non è consentito spostarsi senza la scorta. Le inondazioni di novembre hanno interessato una zona di circa 200 chilometri, che costeggia il Logone, fiume che marca il confine con il Ciad; 80.000 gli sfollati. L’acqua, non solo ha fatto crollare la maggioranza delle case costruite in terra, ma ha anche impedito la raccolta della produzione agricola dei cereali, che era arrivata a maturazione e doveva essere immagazzinata. Ospedali e centri sanitari stanno affrontando un aumento delle malattie idriche come malaria, colera, dissenteria e malattie respiratorie. Molte scuole sono chiuse e 6.500 ragazzi sono sulle strade. Negli ultimi quarant’anni la superficie del Lago Ciad, nell’omonimo Paese, si è ridotta del 90%, a seguito di siccità, scarse precipitazioni, forte evaporazione, e anche cattiva gestione delle risorse idriche da parte dei governi locali, che continuano a sfruttare indiscriminatamente le acque con canali di drenaggio per l’irrigazione delle aree coltivabili.

Scendiamo verso sud, e scopriamo che uno dei luoghi naturali più belli e turisticamente interessanti dell’Africa meridionale, le cascate Vittoria, sul fiume Zambesi, al confine tra Zambia e Zimbabwe, sono a rischio prosciugamento. Il fronte delle Victoria Falls è lungo più di un chilometro e mezzo e la loro altezza media supera i cento metri. Ma, ultimamente, alcuni tratti sono completamente secchi, in altri l’acqua scende, ma molto debolmente. Niente a che vedere con lo spettacolo grandioso al quale potei assistere nel 2005, con tanto di… caduta libera nello Zambesi.

Tutto questo avviene nel continente che, secondo i dati delle Nazioni Unite, è responsabile di meno del 4% delle emissioni di CO2 scaricate nell’atmosfera. Significa che anche per quanto riguarda l’innalzamento delle temperature con il conseguente cambiamento climatico, l’Africa subisce le scelte dei Paesi ricchi e più inquinanti (Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Brasile, Arabia Saudita…). I quali, riuniti ai primi di dicembre a Madrid, ancora una volta non hanno voluto prendere decisioni e impegni vincolanti, sacrificando la Conferenza sul clima (Cop25) sull’altare degli interessi delle potenti “lobby dei combustibili fossili”.

© 2019 Romina Gobbo
pubblicato su dailyworker – martedì 24 dicembre 2019

Quali effetti dei cambiamenti climatici in Africa?

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