Padre Ottavio Fasano. I poveri? Hanno bisogno soprattutto di dignità – Father Ottavio Fasano. Poors? Above all they need dignity

«Sto cercando due o tre persone con cui andare in Terra Santa, a Cafarnao, sulle rive del lago di Tiberiade, per trascorrere un periodo più vicino a Gesù. Vieni con me?» Pensavo che padre Ottavio Fasano mi avrebbe parlato di progetti, delle tante “cose sempre da fare”, invece mi parla di Gesù.

«”Ama il prossimo tuo come te stesso”, lì c’è tutto. Solo da lì si può partire. Se vedo il mio prossimo che muore per una banalità, io che faccio? Aspetto che intervenga il Governo, il Comune, oppure comincio a darmi da fare? Quando, nel 1965 sono arrivato a Capo Verde, ho pianto per una settimana. Tutta quella povertà mi interrogava: dov’ero stato io fino a quel momento? Non pensavo che una parte di mondo potesse vivere in quelle condizioni. Questo regalo inaspettato ha cambiato la mia vita di uomo, di credente, di prete, e mi ha messo in dialogo con l’umanità». Comincia così la “seconda conversione” del frate cappuccino di Racconigi (Cuneo), terzo di quattro fratelli, rimasto orfano a undici anni, che nel 1968 venne inviato nello Stato africano di Capo Verde quale segretario delle Missioni Estere. Da allora, fa la spola tra l’arcipelago africano, in particolare l’isola di Fogo, e il Cuneese. Là aiuta concretamente e spiritualmente, in Italia fa opera di sensibilizzazione sul Sud del mondo, anche attraverso una rivista e una società di produzione televisiva. Lo incontro a Fossano, il 23 novembre, in occasione dell’assemblea di Amses onlus, che lo sostiene nella sua attività, assieme alla partner capoverdiana ASDE (Associação Solidariedade e Desenvolvimento).

Glieli rammento io i suoi cinquantaquattro progetti realizzati nelle varie isole capoverdiane, tra cui 32 scuole per l’infanzia, 30 case per famiglie povere, un ospedale, un lebbrosario, un auditorium, una struttura per mamme sole con figli, e poi una libreria, un ristorante, una lavanderia…, e una rete di oltre 37.000 amici e sostenitori. «Senza costoro non avrei potuto fare niente. Raccogliere denaro non basta, bisogna promuovere lo sviluppo sociale, economico, generare dignità di vita. Quando a Capo Verde ho visto i bambini morire di tetano, ho cominciato a chiamare medici dall’Italia. Poi abbiamo costruito l’ospedale. Quando ho conosciuto la fatica delle donne sole con bambini piccoli, ho voluto una casa d’accoglienza. Quando ho capito che la povertà non è solo materiale, ma anche relazionale, ho voluto costruire un auditorium, perché attraverso le arti e la cultura, la “mia” gente potesse scoprire la meravigliosa mano di Dio. Quando mi sono reso conto che sulle tavole c’era solo un vinaccio portoghese imbevibile, ho detto: “Perché non produciamo noi il vino?” Ecco allora 23 ettari di vigna con annessa cantina. E, il 21 gennaio 2020, inaugureremo la prima scuola di enologia, che si pregerà dell’accompagnamento professionale dell’Istituto enologico di Alba “Umberto I”. Ai contadini va insegnato che questa terra arida e dura, se ben lavorata, può produrre frutti e dar loro il necessario per mantenere la famiglia. Il bene va fatto bene. Altrimenti non è amore».

E di amore padre Ottavio parla sempre ai capoverdiani. «Sento forte il desiderio di raccontare loro Gesù, perché è lui che “mi ringiovanisce”, che mi sprona ad occuparmi dei poveri. Lui è la chiave per tutti. La sua persona, il suo corpo, il suo annuncio, la sua croce, la sua resurrezione sono per ogni uomo. Gesù è colui che conduce alla storia dell’umanità, all’incontro definitivo con il Padre. La Chiesa è molto potente a Capo Verde. Una recente legge ha reso obbligatorio l’insegnamento della religione nelle scuole. E il presidente è andato da papa Francesco, segno che il Governo vuole un legame con il Vaticano. Ma non basta avere il catechismo per fare un popolo. La maggior parte dei capoverdiani è cristiana, ma chiede un linguaggio nuovo, meno ritualistico, vuole una Chiesa lontana dal potere, che si faccia presente nella società, che scelga i poveri, perché il popolo capoverdiano non ha le nostre barriere, è più semplicemente figlio di Dio». Sei ore di volo, mare e spiagge da sogno, nell’immaginario collettivo Capo Verde è un luogo di vacanza perfetto. Poco altro si sa di questo Stato, che si trova al largo della costa occidentale dell’Africa, e che in realtà è un arcipelago di oltre quindici isole vulcaniche. «A me questo turismo di massa, che riguarda soprattutto Boa Vista e São Vicente, piace poco, perché non favorisce lo sviluppo del Paese, non porta occupazione. A parte i figli, Capo Verde importa tutto, non produce nulla. C’è una potenzialità di 45mila tonnellate di pesce, ma il pesce arriva dalla Thailandia. Ancora oggi l’economia è basata sulle rimesse dei migranti».

Padre Ottavio ha compiuto 83 anni il 12 ottobre scorso, e ha davanti forse la sfida più importante, quella che lo porterà il giorno del suo 84esimo compleanno ad inaugurare nell’isola di Fogo, un hospice per malati terminali, una struttura bella, luminosa, con vista sull’oceano; un progetto al quale tutti possono contribuire attraverso la campagna “Regala anche tu una piastrella” (www.amses.org). «Per me la morte è il momento più alto della vita, quando ognuno di noi fa sintesi delle gioie, dei dolori, delle prove. È lì che fiorisco, mi apro al mistero, a quello che non so, e che forse ho sognato di capire per tutta la vita. La morte non va sconfitta, va illuminata».

© 2020 Romina Gobbo
pubblicato su Credere – domenica 2 febbraio 2020 n. 5/2020 – pagg. 22, 23, 24, 25

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