Ecuador. Violenza sulle donne – Ecuador. Violence against women

Suor Gladys Sasig (credits Romina Gobbo)

DW(ITALIA).«Aunque pegue, aunque mate, marido es» (Anche se picchia, anche se ammazza, è tuo marito). In Ecuador, nella provincia del Napo, una donna su quattro ha subito abusi sessuali dal marito; più in generale, sette donne su dieci hanno subito un qualche tipo di violenza (il dato nazionale è sei su dieci); le morti poco chiare sono frequenti. La causa viene da loro individuata in un mix di “machismo” – retaggio di una cultura patriarcale per la quale la donna “serve” solo a procreare – e alcolismo, problema che riguarda la maggioranza degli uomini. È un “cocktail esplosivo”, che si manifesta sotto forma di botte alle mogli. «L’ubriachezza degli uomini è un problema enorme – spiega suor Gladys Sasig, della congregazione di San Vincenzo De Paoli, responsabile della Pastorale della donna e della famiglia per la diocesi di Quito -. I mariti nel fine settimana tornano dalla campagna dove hanno lavorato duramente e bevono, è un modo per evadere. Basta un niente per farli scattare». «I bambini piccoli piangono, noi siamo stanchi e non li vogliamo sentire. Le donne non sono capaci di farli stare zitti»: è questa la spiegazione che suor Gladys si è sentita dare da alcuni uomini che – dopo un estenuante lavoro di convincimento – è riuscita a far partecipare ad un incontro-laboratorio assieme alle loro mogli, incentrato proprio sul tema della violenza. Altri – nel tentativo di allontanare la colpa – hanno detto di aver subito un trauma o di aver vissuto essi stessi un’infanzia violenta. «Tuttavia, l’iniziativa è andata a buon fine – riprende la suora -, perché, non essendo stati messi al muro, ma usando la strategia del dialogo, non si sono sentiti accusati e si sono detti disponibili a proseguire negli incontri per cercare di sviscerare il loro problema». «Padre mi preoccupa che mio figlio si dedichi a bere.

Venerdì, sabato e domenica trascorre il tempo ubriacandosi»: confidano alcune parrocchiane a Celmo Lazzari, vescovo del vicariato apostolico del Napo. Il monsignore sa che questa è una delle con-cause che conducono alla violenza. «Dico loro: guarda come ti tratta, che cosa aspetti a denunciare? A volte una donna umiliata, reagisce, e quella reazione scatena ulteriormente la rabbia dell’uomo, che cresce e prima o poi… Se l’uomo beve, quello che non ha il coraggio di fare da sobrio, lo fa da ubriaco. Spesso ne vanno di mezzo anche i figli. Soprattutto le bambine e le ragazze vengono violentate dai genitori, dai familiari. È un problema comune, anche se non se ne parla. Quando una donna è stata abusata fin da bambina, se non la si aiuta, cresce pensando che sia la normalità». Nel Vicariato ci sono una casa-rifugio per donne che devono essere protette, e una seconda casa dove medici, avvocati e psicologi offrono ascolto e assistenza.

«Era solo una settimana dacché eravamo sposati, che lui ha cominciato a maltrattarmi. Prima insultandomi e umiliandomi, poi ha iniziato a picchiarmi – racconta Patty -. Mi strattonava, mi strascinava sul pavimento, mi tirava i capelli, mi costringeva ad avere rapporti sessuali; io cercavo di scappare, portandomi dietro i figli. Dormivamo per strada o in alloggi di fortuna». Allora Wasi Pani, la casa di accoglienza-rifugio per donne vittime di violenza e i loro figli, ancora non esisteva. Si tratta, infatti, di un progetto nato nel 2018 grazie all’iniziativa del Comitato per i diritti umani della provincia del Napo, principalmente promosso dalla Fondazione franco-ecuadoriana Patou Solidarité, sostenuto dalla Ong italiana Engim. Oggi Patty è volontaria a Wasa Pani: «Ho scelto – dice – di aiutare chi sta vivendo il mio stesso dramma». Ma la situazione personale di Patty non è molto cambiata. Nonostante i suoi genitori le abbiano detto che la sosterrebbero se decidesse di lasciare la casa del marito, lei deve fare i conti con il fatto di avere sette figli da mantenere e nessun lavoro.

«Hanno pattuito una specie di accordo di convivenza – dice ancora suor Gladys -. Lei resta a casa, se lui non la picchia e non tocca i ragazzi. Questo ha fermato la violenza fisica, ma non quella psicologica». «Se avessi un lavoro, me ne andrei», aggiunge Patty, mentre le si inumidiscono gli occhi. «Il problema principale è che qui le donne non hanno indipendenza economica, e questo rende loro difficile denunciare il marito», spiega Ylenia Torricelli, referente Focsiv Ecuador. «Il divorzio c’è e, per chi si macchia di violenza, è previsto il carcere – aggiunge suor Gladys, specializzata in terapia familiare -. Se una donna inoltra denuncia, le viene assegnata la “papeleta de ausilio”, una tessera che, nel caso di recidiva manesca del marito, diventa testimonianza di questa recidiva e l’uomo viene prelevato e incarcerato. Naturalmente, poiché gli uomini sanno di rischiare la prigione, cercano di mantenersi calmi, magari urlano, insultano, minacciano, ma evitano di passare alle mani. Noi – con suor Gladys operano altre due consorelle – cerchiamo di spiegare alle donne che questa non è una soluzione, ma che bisogna cercare di sensibilizzare i mariti e portarli a condividere il nostro punto di vista».

Irene Zoe Tarquini, in volontariato civile per Engim, si occupa di formazione all’educazione sessuale ed affettiva di ragazzine dai 12 ai 16 anni, che appartengono a famiglie vulnerabili. In Ecuador 49 donne su 100 hanno avuto il primo figlio tra i 15 e i 19 anni, e poi proseguono con le gravidanze fino ad averne 7, 8. «La cosa che mi chiedono tutte le donne è quanti figli ho. Non se ho figli, ma quanti ne ho – dice Irene che, appena arrivata, era un po’ stupita da questa domanda -. Diventa quasi imbarazzante dover dire che non ne ho nessuno. Però questo mi ha fatto riflettere sul fatto che sono una persona che ha avuto e ha molte più opportunità di loro, perché sono cresciuta in una famiglia e una società che dà le stesse possibilità a maschi e femmine, perlomeno per quanto riguarda l’accesso allo studio e la coscientizzazione di base su temi appunto legati alla sessualità».

© 2020 Testo e foto di Romina Gobbo
pubblicato su Daily Worker – giovedì 13 febbraio 2020

Violenza sulle donne quello che accade in Ecuador

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