Il Covid-19 e la metafora bellica – Covid-19 and the war metaphor

Manderei nello Yemen o ad Idlib chi continua a dire che “siamo in guerra”. Giusto per vedere se capisce la differenza. L’ho già detto, ma ripetita iuvant. Finché non ci cadono bombe sulla testa, non siamo in guerra. La parola guerra ha una sua definizione precisa, anche perché nel momento in cui si è in guerra, sono i tribunali militari che amministrano la giustizia. Non si tratta di un provvedimento di emergenza, ma proprio dell’introduzione della legge marziale, ovvero una sorta di sistema normativo alternativo a quello normalmente vigente. La guerra è un conflitto fra Stati sovrani o fra alleanze per la risoluzione di una controversia internazionale, più o meno motivata da interessi ideologici o economici… Allora perché si usa questo termine? In maniera banale, perché molti sono pappagalli, si appropriano di parole altrui che suonano bene, perché non conoscono l’uso della lingua; in maniera un po’ più seria, forse proprio per far accettare misure particolarmente restrittive senza che vi sia un contradditorio? Ai posteri l’ardua sentenza.

Ps. Nella foto di copertina, scattata da me, un ragazzino scappa dopo che una bomba ha devastato un edificio. Siria, 2013, eravamo solo all’inizio.

© 2020 Romina Gobbo
pubblicato su Facebook – martedì 24 marzo 2020

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