Vicenza. Una linea per battere l’isolamento – Vicenza. A telephone line to overcome isolation

Suor Valeria, suor Francesca, suor Roberta, suor Anna Maria, e altre, una piccola “task force”, per usare un termine che, in tempi di Covid-19 piace tanto, sono al servizio di chi sente particolarmente il peso dell’isolamento. Sono loro, infatti, che tutte le mattine – dalle 8.30 alle 12 e, tutti i pomeriggi – dalle 14.30 alle 18 -, rispondono al 353.4061229. Questo “numero per te” è stato ideato dalla congregazione delle Suore Maestre di Santa Dorotea, di Vicenza, per «dialogare e pregare con chi, solo e demoralizzato, vuole condividere emozioni e disagio», ma anche per rispondere a richieste di aiuto concreto. L’altro lato della medaglia è che le sorelle dicono di trarne beneficio esse stesse. «L’ascolto semplice e cordiale vivacizza la nostra esistenza, rallegra la nostra giornata, ci fa sentire in comunione fraterna e accende la gioia di vivere», afferma suor Valeria. Oggi è un mese dacché il numero è stato attivato, e il primo bilancio registra una quarantina di chiamate, effettuate, in egual misura, da uomini e donne. Tuttavia, si rileva un inizio molto partecipato, probabilmente per via della grande preoccupazione nei confronti di una malattia piombata nella vita delle persone in maniera deflagrante, e di un prosieguo invece più silenzioso, come se fosse insorta la rassegnazione. Per questo, le Dorotee lanciano un appello: «Tornate a chiamarci», dice suor Anna Maria. Il punto d’ascolto vuol essere anche un modo per sentirsi vicine agli operatori sanitari e ai volontari, che si affannano in corsia e nelle terapie intensive. Luoghi che le Dorotee conoscono bene in quanto suore infermiere, come volle il loro fondatore san Giovanni Antonio Farina (1803-1888), vescovo delle diocesi di Treviso e Vicenza. Lo stile delle suore nel rispondere alle telefonate è quello umile della consorella santa Maria Bertilla Boscardin che, nei primi anni del Novecento, infermiera all’ospedale di Treviso, assisteva in particolare i bambini difterici. Era impegnata a cura il fisico dei pazienti, ma anche lo spirito e la mente. La sua infanzia, costellata di episodi di maltrattamento del padre nei confronti della madre, l’aveva resa particolarmente sensibile verso chi vive il disagio. «Come sorelle abbiamo cercato di avvicinarci con l’ascolto a ciascuna persona che ci ha chiamato, sia dando qualche consiglio a chi ce lo richiedeva, sia con fraterna preghiera, assicurando tutti di portare davanti a Gesù Eucaristia, nella nostra Cappellina dell’Adorazione Perpetua, tutte le loro speranze e loro esistenze», conclude suor Valeria.

© 2020 Romina Gobbo
pubblicato su Avvenire – Primo Piano – sabato 25 aprile 2020 – pag. 19

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