Il vero tesoro d’Africa? Un quarto della superficie coltivabile globale – The real treasure of Africa? A quarter of the total arable land

«C’è anche la pandemia della fame. In quasi quattro mesi quattro milioni di persone sono morte di fame». Così si è espresso papa Francesco, il 14 maggio, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno indetta dall’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, per chiedere la grazia della guarigione dal Covid-19. La “fame” è sicuramente uno dei problemi maggiori dell’Africa, dove la denutrizione raggiunge un tasso del 20% sul totale della popolazione. “Si tratta di un continente con grandi potenzialità di sviluppo agricolo, dove si trova il 24% della superficie agricola utilizzabile a livello mondiale, ma in termini di valori prodotti, non va oltre il 6%”. A dirlo è il Report “Agribusiness in Africa e le relazioni commerciali con UE e Italia”, realizzato a gennaio 2020 dall’Osservatorio Nomisma per Veronafiere-Fiera Agricola.

«In alcune zone – spiega Chiara Volpato, project manager di Nomisma, per la Business Unit Agroalimentare – ci sono grandi aziende moderne, comparabili a quelle europee, che utilizzano sistemi e tecniche di produzione innovativi, per lo più di proprietà privata con una forte componente di investimenti stranieri, la cui produzione è destinata all’esportazione. Poi c’è l’agricoltura di sussistenza, praticata dai piccoli contadini, con mezzi tecnici limitati, se non addirittura assenti, e grande criticità. In molti casi, le comunità rurali non possiedono la porzione di terra che lavorano. Non si può parlare di agricoltura al passo con i tempi, se non esiste nemmeno un diritto alla terra». In Africa, le criticità sono molteplici. Da quelle “naturali”: condizioni morfologiche e climatiche difficili (precipitazioni ridotte, siccità, desertificazione, aumento della temperatura), a quelle socio-politiche (instabilità, conflittualità, corruzione). Il risultato è che il gap tecnologico, organizzativo, infrastrutturale, e di know-how con il resto del mondo rimane ampio. Il che è paradossale visto che – si legge nel Rapporto – “entro i prossimi trent’anni sarà africano 1/4 della popolazione mondiale”, con un “impatto decisivo in termini ambientali e commerciali”, e soprattutto “con una crescente domanda alimentare” che rende “lo sviluppo del proprio settore primario un’esigenza sempre più stringente”. Al momento, la produzione totale tocca un valore di 232 miliardi di dollari, e deriva per la maggior parte da colture a seminativo (mais e sorgo), mentre le colture a maggior valore aggiunto (frutta e ortaggi) rappresentano ancora solo il 3% della superficie coltivata. «Data la vastità, per la nostra ricerca, abbiamo diviso il continente in macro-aree. Non si può paragonare il Sudafrica, che ha una struttura produttiva agricola avanzata tanto da trainare anche le produzioni di altri settori, a zone come il Burkina Faso, dove intervengono anche altre dinamiche. Alle aziende italiane, per esempio, risulta più facile andare ad interfacciarsi sul mercato marocchino, che ha un piano finanziario specifico per l’incremento del settore agricolo, anche per l’acquisto di macchinari». Tuttavia, secondo il Report, la leadership italiana in questo settore è stata ridimensionata, dall’arrivo di competitor quali l’India e la Cina, mentre la Russia è diventata il principale fornitore di derrate agricole. «La maggior presenza di alcuni Stati piuttosto che di altri è dovuta a dinamiche complesse; dipende molto da accordi politici, strategici, commerciali, logiche di dazi, barriere tariffarie e non. Tutto questo incide molto sullo sviluppo produttivo dei singoli Paesi».

© 2020 Romina Gobbo
pubblicato su Avvenire – Economia e Lavoro – martedì 16 giugno 2020 – pag. 18

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