Organo: l’unicum di Fusine torna a casa – Organ: the unicum of Fusine returns home

«L’organo è uno strumento per la liturgia. Favorisce la preghiera, la crescita spirituale e la riflessione». Con queste parole don Paolo Arnoldo, parroco di Val di Zoldo (Belluno), ha benedetto l’organo “Agostino De Marco Brunet” (che deve il nome al suo costruttore), tornato al suo posto nella chiesa di San Nicolò di Fusine, dopo un restauro durato quattro anni, ad opera della ditta Fratelli Ruffatti, che dal 1940 a Padova produce e ripara gli organi più belli del mondo. Domenica scorsa il prezioso strumento, datato 1798, e unico per la particolarità delle canne in legno circolari, è stato restituito alla comunità, in una giornata che ha visto, al pomeriggio, una conferenza storico-informativa dell’ingegnere Marco Maierotti e di Francesco Ruffatti e, alla sera, il concerto del maestro organista Luca Scandali, nell’ambito della XXVI edizione della rassegna “Organi storici in Cadore”. «Lo strumento ha una sonorità piena, che non ha nulla da invidiare a quella degli organi con canne di metallo – spiega l’organista Renzo Bortolot, direttore artistico della rassegna cadorina che, con Viviana Romoli, ha offerto un primo assaggio musicale -. Questo è merito dell’abilità del De Marco, artista-artigiano locale (nato a Brusadaz nel 1777, capostipite di una famiglia di organari di Zoldo), un vero talento che all’epoca aveva solo ventidue anni. Traendo ispirazione dalla scuola organaria di Venezia, egli seppe realizzare questo splendido organo utilizzando materiale povero, cioè un misto di essenze di legno di queste valli». «La nostra comunità si prende a cuore le opere del territorio e le “adotta” – ha detto il sindaco Camillo De Pellegrin -. Riportando al loro splendore originario significa fare memoria dei luoghi, della storia e dei sacrifici delle generazioni che ci hanno preceduto». Per il restauro del “De Marco Brunet”, che ha 657 canne e una tastiera di 47 note, nel 2016 si è costituito un comitato, presieduto da Lucia Colussi, e del quale fanno parte storici, appassionati, e il parroco di allora, don Moreno Baldo. Il comitato si è occupato dei rapporti con la Soprintendenza, di trovare un’impresa «che operasse con competenza, ma anche con passione», dice la Colussi e, soprattutto, di reperire il denaro necessario per recuperare un manufatto arrivato al momento a costare 140mila euro, ma che richiede ancora qualche rifinitura. «Tanto è stato straordinario il processo produttivo, tanto lo è stato il restauro – ha affermato Francesco Ruffatti -, perché non esistevano precedenti. Lo strumento era stato danneggiato, sia nei materiali – nodi del legno staccati e fessurazioni -, che nella sonorità. Prima di cominciare il lavoro, abbiamo effettuato un’accurata ricerca storica, sui legni impiegati, e sul suono, per poter riportare lo strumento alla funzionalità e al timbro originari». Il restauro ha avuto il patrocinio dell’Arcidiaconato del Cadore, e i contributi della Conferenza Episcopale Italiana, di alcuni benefattori, e di Cariverona, grazie all’interessamento del maestro Andrea Marcon.

© 2020 Foto e testo di Romina Gobbo
pubblicato su Avvenire – Agorà – mercoledì 18 agosto 2020 – pag. 21

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