La santità sulle spalle di Leopoldo Mandíc – Holiness on the shoulders of Leopoldo Mandíc

Aveva le dita dei piedi deformate dall’artrosi, era alto 1 metro e 35, balbettava, ma aveva le spalle larghe, così larghe da potervi caricare le sofferenze di tutte le persone che gli si rivolgevano in confessione. E proprio On my shoulder (Sulle mie spalle) si intitola il film del regista e sceneggiatore padovano Antonello Belluco, dedicato a san Leopoldo Mandíc, appena uscito e presentato in prima nazionale nella multisala MPX di Padova. Il film sarà circuitato attraverso la rete delle sale cattoliche italiane, in primis in Veneto e Triveneto. «Con la mia famiglia abitavamo a ridosso del convento di S. Croce, dove padre Leopoldo aveva vissuto – ha raccontato Belluco – . Mia nonna, di origini slovene, gli era molto devota, e me ne parlava spesso. Quando, qualche anno fa ho maturato l’idea di fare un film su di lui, ho capito subito che non sarebbe stato facile. Non era “famoso” come sant’Antonio, sul quale mi ero cimentato nel 2006; inoltre, padre Leopoldo aveva trascorso buona parte della sua vita dentro una celletta, confessando anche per quindici ore al giorno».

Il regista Antonello Belluco

Apre con i bombardamenti il film: la prima guerra mondiale, con le sue vittime, poi la crisi economica del 1929, che porta con sé depressioni e suicidi, lo scoppio della seconda guerra mondiale che ridurrà il Paese in macerie, Padova compresa ma, come predetto da padre Leopoldo (Paolo De Vita), si salveranno la sua celletta e la statua della Madonna. «Ho scelto di contestualizzarlo nel suo tempo storico – concentrandomi negli anni 1915-1945, raccontandolo attraverso le vite e le fragilità di persone le famiglie Brandi e Filangeri – per le quali Leopoldo è stato il viatico per scoprire Dio». E, infatti, ben prima della canonizzane, avvenuta nel 1983 per volere di Giovanni Paolo II, per la gente, il frate che voleva passare nella vita come un’ombra, era già santo. Le fragilità sono quelle di Andrea Brandi (Diego De Francesco), giovane imprenditore “malato di presunzione”, al punto di cercare di togliersi la vi- ta piuttosto che lasciarsi aiutare dai genitori quando l’azienda fallisce; di Diletta Filangeri, sua moglie (Beatrice Sabaini), devastata dalla morte del figlioletto; di Leonida Brandi (Giancarlo Previati), schiacciato da un’infanzia infelice che gli impedisce di instaurare un dialogo con il figlio Andrea; di Adele De Santis (Alessandra Facciolo Froio), che anestetizza con l’alcool il dolore della perdita del marito in guerra ma, in un momento di poca lucidità, uccide con l’auto il figlio dei Brandi. Leopoldo Mandíc, al secolo Bogdan Ivan Mandíc, era nato il 12 maggio 1866, nell’attuale Croazia, a Castelnuovo di Cattaro, allora provincia di Dalmazia e parte dell’Impero austro-ungarico. Penultimo di sedici figli, entrò adolescente nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini: fu ordinate sacerdote il 20 settembre 1890. Morì di tumore all’esofago il 30 luglio 1942. L’8 febbraio di quest’anno è stato proclamato patrono dei malati di cancro. «Il film sarebbe dovuto uscire nel 2016, in occasione del Giubileo della Misericordia, quando papa Francesco ne volle le spoglie mortali per l’ostensione in San Pietro – ha spiegato fra Flaviano Gusella, rettore del Santuario padovano che conserva quelle spoglie – . Invece siamo arrivati ad og- gi. Ma nulla accade per caso. Siamo dentro anni difficili esattamente come quelli in cui ha vissuto Leopoldo. Il film ci ricorda che Dio non ci abbandona mai».
«Sono ateo e “terrone”, il fatto che io rappresenti un santo del Nord è già un piccolo miracolo», ha scherzato Paolo De Vita, la cui interpretazione è notevole, e molto basata sulla gestualità. «Le mani sono fondamentali nella comunicazione. Ho pensato che padre Leopoldo si servisse di tutti i mezzi corporei per aiutare il prossimo. E poi noi al sud, ci tocchiamo e ci abbracciamo».
«Un film commovente ed eloquente – ha concluso fra Gusella – . Ripropone alcuni tratti che siamo soliti trascurare: l’ilarità, la fiducia incondizionata in Dio. Fra Leopoldo trasudava amore e speranza, di cui abbiamo tanto bisogno anche oggi». D’altra parte, egli diceva: «La gente viene da me, perché io sono l’infermiere di Dio, senza diploma, per il miglior medico di tutti». Nel cast anche Fabrizio Romagnoli (fra Tommaso) e Taryn Power (Elena Brandi), scomparsa nel giugno scorso, e qui alla sua ultima interpretazione come madre del coprotagonista maschile, Andrea Brandi. Le musiche sono di Marco Bellano. Fino all’8 ottobre, nella Sala Studio Teologico della Basilica del Santo, è aperta la mostra back stage del film, del fotografo Claudio Mainardi.

© 2020 Romina Gobbo
pubblicato su Avvenire – Agorà – venerdì 18 settembre 2020 – pag. A5

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