Per una speranza che conduca alla giustizia

In tempo di Covid non ci resta che essere “Prigionieri della speranza”. Dove la parola “prigionieri” ci riporta anche alle restrizioni a cui ormai da un anno siamo sottoposti. Prigionieri a casa propria, oppure nel proprio comune, nella propria regione. Ovviamente, è un essere prigionieri motivato da una situazione di emergenza. Ma dobbiamo reagire, e allora ci appelliamo alla speranza di uscire da questa pandemia che non ha eguali nella storia. In un momento dove tutto sembra buio – vaccini che non arrivano, contagi che continuano a salire, una generazione di anziani spazzata via -, solo la speranza può salvarci. Per qualcuno si chiama resilienza, per coloro che hanno fede, si chiama Dio.

Fatta questa premessa, vorrei parlarvi d’altro, a partire dal fatto che marzo è il mese della donna.

Sono le donne che nelle guerre – e la pandemia per certi aspetti lo è – pagano il prezzo maggiore. Ma sono anche le donne che da sempre dimostrano una capacità di reazione impareggiabile. Forse perché questo patire ha attraversato i secoli inciso nelle viscere delle donne. Allora, proprio di donne vorrei parlarvi, di donne “prigioniere della speranza”. Di un mondo che, senza rendersene forse conto, cammina sui piedi delle donne. Ma anche di un universo maschile che vorrebbe schiacciare questi piedi, uccidendo le donne, e facendolo in maniera brutale, cinquanta, cento coltellate, e poi la benzina, il fuoco, solo cenere. Ma le donne non si fermano, lottano per sé e per i propri figli. Sono proprio “prigioniere della speranza”, della speranza di giustizia. Ne ho incontrate tante nel mio lavoro. Negli anni sono sorti molti sodalizi di donne, ovunque nel mondo. Là dove c’è un’emergenza, una necessità, le donne si associano, hanno capito il valore dell’essere unite. È un’unione a 360°, trasversale all’età, alla professione, all’origine, alla religione, alla cultura.

Quante sono le madri coraggio? Sono le donne napoletane contro i cartelli della droga. Donne arrivate a denunciare figli e nipoti per spaccio, perché hanno capito – pur nella sofferenza – che solo così possono salvarli dalla mattanza. Sono le donne di Plaza de Mayo, madri e nonne dei dissidenti scomparsi durante la dittatura militare in Argentina. Sono le donne israeliane e palestinesi, che lavorano per abbattere il muro, non solo quello di cemento, ma quello nei cuori. Le aderenti a World Wage Peace in 30mila – arabe, ebree, laiche, religiose, cristiane – sono partite dal deserto del Negev, hanno attraversato i territori occupati per approdare a Gerusalemme e chiedere pace ai rispettivi leader. E non è facile per loro, perché sono poco considerate, derise, vengono anche umiliate, a volte dai loro stessi familiari. Ma sono stanche di vedere i loro figli morire. La guerra per le madri è il momento più tragico. Lo è sempre stata. Pensiamo alle nostre due guerre mondiali: quanti figli, mariti, padri, non sono più tornati? Pensiamo alla guerra in Siria. Secondo il Syrian Document sono 74mila le donne che hanno perso i mariti, tra queste 50mila sono madri. Ci sono le madri dei ragazzi radicalizzati che lavorano assieme per impedire che i loro figli siano attirati nelle reti jihadiste. Ci sono le madri dei ragazzi partiti dall’Africa con i barconi, e avvolti nell’oblio: saranno morti nel Mediterraneo o saranno riusciti ad arrivare in Europa? Si stimano sulle 35.000 le persone migranti morte o scomparse nel Mediterraneo dalla fine degli anni ’80 ad oggi, l’equivalente di una cittadina: non numeri, uomini, donne e bambini con un nome e una storia, in tasca solo la speranza della terra promessa. Queste donne vogliono sapere che fine hanno fatto i loro cari e, nel caso di morte accertata, vogliono poter portare un corpo a casa per seppellirlo e avere una tomba su cui pregare. Ci sono le madri della terra dei fuochi. Hanno perso i loro figli a causa dell’aumento di tumori gravi, ma hanno trovato la forza di scendere in campo a denunciare le ecomafie. Ci sono le madri contro i Pfas (acidi perfluoroacrilici), tra i responsabili della contaminazione delle falde acquifere del Veneto. Un problema che probabilmente non sarebbe mai emerso, se non fosse stato per la caparbietà delle madri. Allarmate per la salute dei figli, hanno gridato al mondo per avere acqua pulita. Ci sono le donne che si sono battute contro la costruzione della nuova base americana a Vicenza: donne di pace contro un’istituzione di guerra. Ci sono le madri con figli disabili. Combattono per i diritti e spesso anche contro lo stigma. C’è Francesca Fedeli, che dopo la diagnosi di ictus neonatale di suo figlio Mario, ha creato la Fondazione FightTheStroke.org. È una forza della natura, così come lo sono suor Rita Giaretta che “strappa” le donne dalla strada, o l’eritrea suor Azezet Habtezghi Kidané, che ha scoperchiato l’inferno dei profughi del Sinai.

Porta a qualcosa questa lotta? A volte si può avere l’impressione che non porti a nulla.

Penso alla madre di Ilaria Alpi, la giornalista uccisa in Somalia nel 1994, e sul cui caso non si è mai fatta vera luce; alla madre di Giulio Regeni, barbaramente ucciso in Egitto, e ancora non si conoscono autori e mandanti. Alle madri di figli mai più ritrovati: la piccola Denise, figlia di Piera Maggio. Sono casi rimasti irrisolti. Hanno fallito queste madri? No, perché quello che hanno costruito, la loro forza, la loro tenacia, il loro coraggio, restano di esempio. E, se non sono riuscite a salvare i loro figli, forse ne salveranno altri. Le donne in nero, movimento pacifista internazionale nato a Gerusalemme, è poi diventato un movimento tout court contro la guerra e le ingiustizie. Rose, la cui figlia Geraldine è stata uccisa dai proiettili di gomma durante una manifestazione anti Maduro, assieme ad altre mamme, sorelle, nonne, lotta per un Venezuela libero per tutti. Le donne di Plaza de Mayo hanno ritrovato molti nipoti, ricostruendo un pezzo di storia di cui non avevamo contezza. La mamma di Vittorio Arrigoni, attivista pro Palestina ucciso a Gaza, è stata sindaco, perché dice: «L’impegno civile è parte del dna della nostra famiglia». Questo l’ha aiutata ad accettare anche la morte del figlio. Le mamme NO MUOS – un sistema di comunicazione satellitare statunitense, installato in Sicilia, fra Caltagirone e Niscemi -, si battono per conoscerne la reale potenza, per capire se favorirà l’insorgenza di tumori, ma vogliono anche sapere quale funzione questo sistema avrà negli scenari bellici. Dal caso particolare all’impegno a tutto tondo, in un mondo che prova a tenerci lontano dalla verità, che cerca di intimidire, per far desistere. Ma questa forza respingente non ha fatto i conti con l’altra forza, quella delle donne, che arriva dalle viscere. Ed è per questo che non possono non essere “prigioniere della speranza”. Che, per chi non crede, rimanda al vaso di Pandora. E, per chi crede, alla madre sofferente per eccellenza.

La Madonna china sul figlio morto – l’immagine della Pietà -, l’immagine di ogni essere umano chino sul proprio dolore, ma anche il simbolo di una vita che è molto più potente di qualsiasi morte.

© 2021 Romina Gobbo 
pubblicato su Il Giornale di Rodafà – n. 600 – domenica marzo 2021

https://sites.google.com/view/rodafa/home-n-600/romina-gobbo-per-una-speranza-che-conduca-alla-giustizia?fbclid=IwAR10KfrL41_X8HENHVSiioIjqHxVnr16lxrC8jTj3z8K4Kk8Leiyi4E91Ps

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