Stefano Arvati: «Il bello di dare nuova vita agli scarti»

«In un’economia globalizzata, ho scelto di ritrovare i valori del mondo contadino, che avevano accompagnato la mia infanzia, e che erano indelebilmente impressi nel mio dna. Erano gli anni 2000. Lasciai lo studio di commercialista avviato nel 1981 e affronta il tema della rinnovabilità, che mi affascinava, Ma non buttando via il passato, anzi, traendone spunto». Stefano Arvati, 65 anni, mantovano doc come la moglie Viviana, due figli, è un imprenditore che, attraverso la società di cui è fondatore e presidente, la Renovo Spa, ha scelto di rigenerare quello che il territorio scarta, dando attenzione a processi reali di economia circolare. Lo fa nelle aree italiane più complesse, dove le problematiche si chiamano sfruttamento, disoccupazione, sussidi a pioggia, “cattedrali” (fabbriche) abbandonate, attività a rischio ambientale.

Grazie all’incontro con il Gruppo Cooperativo Gino Mattarelli (CGM) – network di cooperative e imprese sociali -, il recupero dei materiali è diventato anche recupero di persone. «Ho conosciuto questa realtà che avvia al lavoro persone con un passato difficile, e questo modello mi è sembrato ottimale da applicare là dove mi proponevo di impiantare aziende».

In particolare, Arvati si sta concentrando in Sicilia, a Caltagirone (Catania), e nella Sardegna sud-occidentale, nel Sulcis-Iglesiante: «Nel Sulcis c’era una tradizione secolare di economia estrattiva mineraria mai riconvertita, perciò il lavoro manca e i giovani emigrano; chi resta, spesso soffre di problemi psichici e dipendenze».

LA CULTURA DEL RIFIUTO

Riprende Arvati: «A Caltagirone la situazione è simile. Il tutto è frutto di una politica e di un’attività imprenditoriale speculative che fino a qualche anno fa erano prassi. Al Sud sono stati fatti molti errori, così si è creata un’idea sbagliata di un Mezzogiorno indolente, mentre io penso che sarà il motore prossimo dell’Italia». L’idea è di ripartire da un progetto innovativo, rispettoso del contesto, e soprattutto delle persone. «Non si può arrivare dall’esterno a gamba tesa, come nel passato, quando tutto veniva deciso a Roma, a tavolino. Bisogna incontrare le comunità, studiarne la storia, comprenderne i bisogni, le problematiche, le consuetudini. Le persone dapprima sono diffidenti, poi però se capiscono che non sei lì per sfruttarle ancora, ti aprono il cuore, ma tu non le devi deludere».

Dopo aver ragionato sulle montagne di rifiuti, urbani e agro-industriali, che vengono accumulati nelle discariche o stoccati chissà dove con enormi costi di smaltimento, Arvati cerca un’altra mostra. «Il rifiuto, per definizione, è un materiale che va eliminato. Mentre la cultura contadina insegnava a non buttare, a riparare e, inoltre, era intrisa di cattolicesimo, perciò si basava sulla solidarietà. Il vangelo era la guida dei miei genitori, e io pure mi affido a Gesù ogni mattina, gli chiedo di guidare la mia giornata, le mie scelte. Gli chiedo di farmi aprire gli occhi per poter guardare nel modo che lui ritiene giusto, perché per noi esseri umani è facile uscire dal seminato. La mia è un’attività complessa, che ha un impatto non banale nella vita di molti – dipendenti, fornitori, collaboratori… – e io ne sento tutta la responsabilità. Ho sempre vissuto a Mantova, ma sono nato in un paesino di provincia, San Nicolò Po, 300 anime. Ti accorgevi subito se il tuo vicino stava male, perché lo conoscevi da sempre, e ti facevi in quattro per aiutarlo. La nostra società invece, guarda, ma non vede».

Per Arvati il faro è l’enciclica Laudato si’. «Per me, che da imprenditore traduco tutto in chiave economica, essa rappresenta un trattato di economia con una lettura perfetta del futuro: dobbiamo ritornare ad amare il nostro ambiente, inteso come territorio e come chi ci vive. Dando una seconda vita ad un materiale considerato un rifiuto, si crea valore sociale ed economico. La stessa attenzione va data alle persone, contro la “società dello scarto”, di cui parla il Papa. Questo è quello che insegno ai miei figli».

FARE POSTO ALLA SPERANZA

Tale pensiero si è tradotto nel Sulcis, in Sardegna, nel progetto privato-pubblico Polo della bioedilizia, che andrà a regime in un paio d’anni. Il Polo sorge all’interno del sito dismesso da Rockwool Italia (una fabbrica di lana di roccia) nel 2009, permettendone il recupero edilizia. Scarti e sottoprodotti agroindustriali si trasformeranno in energia, grazie ad un centinaio di lavoratori, in particolare delle categorie svantaggiate e in cassa integrazione, e a un gruppo di detenuti.

A Caltagirone, in Sicilia, Arvati si è imbattuto nel pensiero di don Luigi Sturzo, impegnato nell’attuazione dei principi della dottrina sociale della Chiesa. «È stato un grande innovatore e visionario, anche se a volte travisato. Con il suo appello “Ai liberi e forti”, atto di nascita del Partito popolare italiano e prima forma di partecipazione organica dei cattolici alla vita politica della nuova nazione italiana, ha saputo infondere dignità al popolo siciliano. Servirebbe anche oggi una testimonianza così forte perché in questi territori ciò che è più grave è che è scomparsa anche la speranza».

L’impianto di Caltagirone, alimentato da biomasse
© 2020 Testo di Romina Gobbo - Foto di Beatrice Mancini

pubblicato su Credere - aprile 2021 - pagg. 22, 23, 24, 25

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