A Borgo Veneto c’è l’ultimo artigiano in Europa dei pianoforti

«È l’unico strumento che non ha un nome. Ma quel chiamarsi “pianoforte” ha in sé una gamma di colori e di tradizioni di sentimenti che è immenso». Una varietà che dipende, in seconda battuta dalle mani del pianista ma, in primis, da quelle del costruttore. Lo sa bene Luigi Borgato, classe 1963, l’ultimo artigiano in Europa – e forse al mondo – a costruire pianoforti a coda totalmente a mano. “Casualmente” nato a Gallarate (Mi), ma padovano da sempre, così come lo era Bartolomeo Cristofori che, a cavallo tra il 1600 e il 1700, inventò il pianoforte.

Nel frattempo, le tecniche si sono perfezionate, i tedeschi, protagonisti negli anni ’80 della produzione di pianoforti, sono stati via via surclassati dagli asiatici, ma l’arte di Luigi Borgato, noto per aver realizzato il pianoforte più lungo del mondo, il “Borgato Grand Prix 333”, resta un unicum. Perché il lavoro di precisione, di cesello, dai ritmi lenti, è solo degli artigiani. Lo incontro nel salone di casa sua, a Borgo Veneto (Pd), dove fanno bella mostra di sé due maestosi pianoforti a coda. Con lui, la moglie Paola, sono sposati dal 1991, e il successo della ditta Borgato è merito di entrambi. «Siamo artefici insieme di questa che era solo un sogno – racconta Luigi -. Vengo da una famiglia di umili origini, dove lo studio non era contemplato. Infatti, mi fermai alla terza media. Avevo però la fortuna di avere una buona manualità, quel “saper fare” che negli anni ’70 era un po’ di tutti, ci si aggiustava la bicicletta, si “truccava” il motorino. La meccanica mi è sempre piaciuta molto. E il pianoforte è una macchina straordinaria dal punto di vista meccanico. Ma da ragazzo ero lontano da immaginare un futuro da artigiano. Amavo la musica. Poi però, sapendo che non avrei mai avuto i soldi per comprarmi un pianoforte, ho deciso di costruirmelo».

Ventitré anni, l’età della piena forza fisica, che per costruire uno strumento così imponente è necessaria. «Puoi dormire tre ore a notte ma, soprattutto, non hai la consapevolezza dei problemi da affrontare. Questo aiuta molto». Il primo prototipo nasce dopo quasi quattro anni di lavoro. «Di lavoro e di studio. Perché, non sapendo nulla, mi sono messo a studiare. La costruzione di un pianoforte richiede più competenze che, normalmente, sono ricoperte da 5, 6 persone. Devi essere ingegnere per progettare, bisogna avere nozioni di fisica acustica, di come si propaga il suono, devi essere un buon accordatore. Devi conoscere il legno, avere la pazienza di aspettare lunghi periodi di stagionatura. L’unica cosa che non faccio io è la verniciatura, che affido ad altri professionisti artigiani. Ma, soprattutto, è indispensabile la conoscenza musicale. Il timbro, la qualità del suono vanno modulati sullo spartito, sull’arte dei compositori. Mozart ha un suono gentile, diversamente da Prokofiev che richiede un effetto percussivo incisivo. È la stessa differenza che passa tra un dipinto di Caravaggio e uno di Giotto». All’estero oggi riconoscono l’eccellenza italiana, ma manca il ricambio generazionale. «In Europa questo mestiere è praticamente scomparso. Intanto, non ci sono guadagni facili. I pianoforti che costruisco io sono un investimento importante per chi li compra ma, prima ancora, lo sono per il costruttore. Perché ogni vite, ogni martelletto sono di qualità, e quindi hanno costi elevati. C’è un disegno per qualsiasi pezzo. E poi è un lavoro faticoso, che si nutre di conoscenza e passione».

© 2022 Romina Gobbo 

pubblicato su Avvenire - Economia - giovedì 2 settembre 2021

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