Padre Mauro Armanino. Tra i migranti nelle sabbie del Sahel

«La sabbia, la polvere, il vento. Sono per me elementi inscindibili della percezione della realtà nigerina-saheliana. Una giustizia di sabbia, un’educazione di sabbia, una politica di sabbia che, quando arriva l’harmattan (il vento del deserto), diventa polvere che tutto copre, seppellisce e libera dalle menzogne. La sabbia vince perché, mentre tutto passa – politica, imperi, promesse, attese -, essa rimane, proprio come il popolo dei poveri». È una metafora amara quella di padre Mauro Armanino, classe 1952, religioso ligure della Società delle missioni africane (Sma), che da dieci anni si occupa dei migranti in un territorio arido, conquistato dal deserto, dove le risorse vengono sfruttate dalle multinazionali e il colonialismo continua con la complicità di élite locali corrotte.

IN NOME DELLA LIBERTÀ

Padre Mauro da dieci anni ormai è proprio là dove vuole essere, e dove la vita lo ha gradualmente accompagnato. Tutte le esperienze precedenti sono servite a prepararlo a quella polvere. A partire dalla famiglia: «Mamma Caterina era una contadina, ci ha insegnato la saggezza, l’essenzialità e il rispetto per la terra. Papà Pietro, operaio, sindacalista, era stato partigiano senza mai imbracciare un’arma, aveva abbracciato, invece, la libertà». E la libertà comincia con un no: il giovane Mauro fa obiezione di coscienza al servizio militare e parte volontario per la Costa d’Avorio. Al ritorno, dopo un periodo di discernimento, entra nella Società delle missioni africane e, a ottobre 1984, viene ordinato sacerdote. Nel 1996 è di nuovo in missione, ma stavolta come prete. In Argentina si avvicina alla Teologia della liberazione: «Una scelta personale, per guardare il mondo dalla parte dei poveri, come privilegiati da Dio e fautori dell’unica trasformazione possibile nella storia».

E la storia è pregna di guerre, tante quelle africane. «Nel 2003 in Liberia non ci voleva andare nessuno. Ci andai io, da superiore regionale», spiega. «Ho conosciuto la brutalità del conflitto, ma anche l’ambiguità del mondo umanitario. Organizzazioni e istituzioni succubi del denaro e delle pressioni politiche, e molto più interessate alla propria perpetuazione che alla risoluzione dei problemi. Ho visto come agiscono i gruppi armati, mercenari che si vendono al miglior offerente. Ho visto promesse mai rispettate. La sofferenza della gente era insostenibile e i miei occhi non sarebbero più tornati quelli di prima».

Al rientro in Italia assiste i detenuti del carcere circondariale di Genova. «Il carcere è una “pattumiera” soprattutto per i poveri, li rende peggiori di quello che erano al momento dell’ingresso. I migranti africani che ho incontrato mi raccontavano delle fatiche e delle crudeltà patite per raggiungere la Libia». La proposta di partire di nuovo, questa volta per il Niger, diviene una conseguenza naturale. «Mi sarei occupato delle stesse persone, ma dall’altra parte del mare. Nel 2011 arrivai a Niamey, in una società a maggioranza musulmana. Essere “destabilizzati” obbliga a rivedere i parametri occidentali di maggioranze o egemonie culturali. D’altra parte, il fatto che io da tempo avessi denunciato le politiche aggressive e neocolonialiste dell’Europa ha facilitato la mia integrazione».

L’IMPORTANZA DI RIMANERE

Ma anche quell’esperienza era destinata a concludersi, se non fosse che nel 2015 le chiese di Niamey e di Zinder vengono bruciate. «Non era bene andarsene quando la “nave di sabbia” della Chiesa locale rischiava di affondare. Un altro motivo per rimanere è stato il rapimento dell’amico e confratello padre Pierluigi Maccalli. Era importante che io rimanessi per aiutare a custodire ricordi e speranze con la Chiesa locale».

E così sono trascorsi dieci anni: «Un tempo che implica il privilegio di condividere, almeno un poco, il cammino e le traversie del popolo. Lavorare nella pastorale dei migranti permette di vedere le conseguenze dello sfruttamento delle risorse, le disuguaglianze economiche e la violenza che consente che tutto ciò accada. Si capisce quanto una politica “ammalata” possa far “ammalare” tutta una società dove la corruzione, la menzogna per conservare il potere, e l’indifferenza per la vita dei poveri, non sono che conseguenze della malapolitica».

Il Sahel, oltre che aspro, è anche una delle zone più pericolose d’Africa. «La situazione è andata degradandosi con gli interventi dei militari locali e stranieri, con le armi, i droni, i mercenari e gli interessi più o meno occulti di tanti. La zona delle “tre frontiere” (Niger, Burkina Faso, Mali) è pericolosa e Niamey rischia di essere presa a “tenaglia” se si aprisse un nuovo fronte nella zona al confine con la Nigeria e intorno al lago Ciad, come ipotizzato nell’ultimo rapporto dell’International Crisis Group. Dopo la distruzione della Libia (2011), le armi di Gheddafi sono andate ovunque. Da tempo non posso uscire dalla città senza scorta armata. Noi religiosi sappiamo di essere un bersaglio per chi ha interesse a eliminarci o comunque a speculare sulle nostre vite. Sono prudente, ma so che la vita è comunque un rischio da assumere. Più che la paura di morire mi accompagna il timore di non vivere con sufficiente pienezza la vita».

© 2021 Romina Gobbo 

pubblicato su Credere - giovedì 2 settembre 2021 - pagg. 26 e 27

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