Melodia di una storia familiare nella fisarmonica di Francesca

C’era una volta un noce piantato alla nascita di una bambina, destinato a diventare il baule della sua dote, ma non avvenne perché la bambina – diventata ragazza nella Seconda guerra mondiale – morì sotto un bombardamento. Poco dopo morì anche il noce, chissà, forse di crepacuore. Tagliato, vent’anni di stagionatura, per poi diventare una fisarmonica, costruita dalla trevigiana Francesca Gallo, l’artigiana che non ti aspetti, perché è anche etnomusicologa, filologa, ricercatrice storica. E la sua bottega – in via Arturo Martini a Treviso – è prima un cenacolo di artisti e poi un luogo dove acquistare.

E lei, classe 1976, diplomata in canto al Conservatorio, è una cantastorie – con oltre 200 concerti di musica tradizionale in 24 Stati diversi -, ma è anche l’unica donna al mondo costruttrice di fisarmoniche. «Ci sono donne che realizzano i vari componenti. Non ce ne sono, invece, che come me costruiscono lo strumento al 90% in maniera manuale, cominciando dalla scelta dell’albero». Figlia di un’epoca dove i nonni raccontavano e i nipoti ascoltavano a bocca aperta, Francesca si è appassionata alla storia: emigrazione, civiltà contadina, ha indagato le due guerre, la vita delle donne, i mestieri del passato. Il suo mondo è l’area del Sile e la pianura dell’Alto Adriatico. Le testimonianze nel registratore, in spalla la fisarmonica. Tutto questo lavoro di ricerca è finito sui palchi dall’Europa all’America, nell’entusiasmo degli emigrati veneti, che lei con la sua musica riporta alle radici. «Canto la micro storia, che non è quella dei governanti, è quella delle persone, della quotidianità. E tutti cantano con me, perché la fisarmonica è aggregante, fa chiasso, e la festa comincia».

La fisarmonica come mestiere di costruzione e riparazione arriva dieci anni fa, quando Francesca eredita la bottega di papà Luciano, che nel 1981 creò il marchio Gallieno, da una fusione di nome e cognome, a cui nel 2006 si è aggiunto il marchio Ploner donato dall’ultimo erede di costruttori triestini per evitarne l’estinzione. «Ho scoperto a scuola che gli altri genitori non costruivano strumenti musicali – dice Francesca -. Mio padre non si è mai preoccupato di dirmi come si fa ad incollare le varie parti, perché tutto è sempre venuto naturalmente, io lo osservavo e copiavo. L’unico modo per imparare un mestiere, è stare con l’artigiano. Il mestiere lo si passa solo attraverso le mani. Se vogliamo che non muoia, i ragazzi devono tornare a bottega». Mani che devono essere abili perché costruire una fisarmonica è un lavoro di grande complessità. «Richiede circa 500 ore di lavoro. Va realizzata la cassa esterna in legno, io uso albero da frutto con stagionatura di otto, dieci anni, poi c’è tutta la parte interna, che è il principio di produzione del suono, ed è in acciaio e alluminio. Poi feltro, pelle, stoffe varie, cartone per il mantice. Se non lo sai suonare, non sarai mai in grado di costruire uno strumento dal suono perfetto».

E sicuramente non è un lavoro che arricchisce. «Se ragiono la bottega in termini di Pil, non ha senso restare aperta, è anti economica. Per me viene prima l’alto valore culturale. Sono cresciuta con il profumo del legno, ho imparato il mestiere giocando, finché quel gioco è diventata la mia vita». Negli anni ’50 la fisarmonica era il prodotto più esportato al mondo dall’Italia, oggi il ritmo lento di Francesca non si addice al mercato. «È un mondo che fa fatica, ma che resiste. Io realizzo quattro, cinque strumenti l’anno, i miei clienti sono di nicchia. Quando vengono in bottega da me si crea una complicità in quanto, essendo io musicista e sperimentando in prima persona in palco determinate esperienze con lo strumento, riesco a tradurne i bisogni. Sono le grandi aziende che hanno demolito le piccole botteghe. Da me una fisarmonica costa 15mila euro; sul mercato si trovano strumenti anche a 4.500. Il musicista che se ne intende, non ha dubbi, viene da me; l’amatore compra lo strumento che costa meno». Ma alla grande produzione sicuramente manca la passione di Francesca. «Dopo che hai lavorato tutte quelle ore per uno strumento, è doloroso lasciarlo andar via. Non scendi al compromesso di venderlo a chiunque, scegli a chi consegnarlo. So esattamente dove si trova ognuno degli strumenti costruiti da mio padre e da me. Mi piace pensare che consegno un’opera d’arte a qualcuno che sa cosa ha in mano, che ci crede quanto me».

© 2021 Romina Gobbo 

pubblicato su Avvenire - Economia - giovedì 16 settembre 2021 - Pag. 18

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