La grande alluvione in mostra per non dimenticare il Polesine

Le immagini e il ricordo 70 anni dopo

C’è chi racconta di aver ospitato una famiglia sfollata e chi di aver ascoltato alla radio gli appelli alla solidarietà. Sono passati settant’anni, ma in Veneto il ricordo dell’alluvione che, tra il 14 e il 25 novembre 1951, si riversò sul Polesine, è ancora vivo. Non era la prima volta che il Po fuoriusciva, anzi, quell’area è da sempre contesa fra terra e acqua, lo attesta già lo storico romano Tito Livio. Ma quella fu la prima calamità naturale dell’Italia del dopoguerra e, proprio per la sua portata, ne divenne anche il primo
evento mediatico. Un territorio rurale sconosciuto ai più, marginale, e molto povero, in un’epoca in cui non esisteva la
televisione, grazie a riviste come La Domenica del Corriere e L’Europeo e a grandi firme come Enzo Biagi, Sergio Zavoli,
Toni Cibotto, si trovò catapultato sulla scena mondiale. Ha il sapore della rinascita la mostra “70 anni dopo. La Grande Alluvione”
(aperta fino al 31 gennaio 2022, a palazzo Roncale, Rovigo), curata del giornalista Francesco Jori, con la collaborazione di
Sergio Campagnolo, e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

Un uomo presta soccorsi durante l’alluvione nelle campagne del Polesine, 17 novembre 1951 ©Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

«Alle immagini e cronache dell’alluvione, abbiamo aggiunto documenti che raccontano la storia del Polesine e la resilienza della sua popolazione. Quell’evento ha generato dei cambiamenti nel tessuto fisico, sociale, ed economico del Polesine – spiega Jori, che è anche autore del libro “I giorni del diluvio” (Edizioni Biblioteca dell’Immagine) –. La ricostruzione innescò un meccanismo di accelerazione dello sviluppo: l’economia passò dall’essere solo agricola, al manifatturiero, ai servizi all’industria, e oggi
il tasso di crescita si è allineato al resto del Veneto. Per questo, volevamo che le celebrazioni per il settantesimo andassero
oltre la memoria del fatto calamitoso, che rimane comunque la “madre di tutte le alluvioni”». In undici giorni si riversarono
nel territorio polesano 8 miliardi di metri cubi d’acqua, inondando 100mila ettari, e distruggendo 20mila micro aziende e
150mila quintali di prodotti, uccidendo un centinaio di persone e migliaia di animali. Il tutto per danni per 300 miliardi di lire
dell’epoca e un esodo drammatico: 180mila profughi, 80mila dei quali non fecero più ritorno.

La mostra fa memoria di un’epoca che non è ancora troppo lontana, ma che rischia di sbiadire mano a mano che gli ultimi testimoni vengono a mancare. «Avevo quasi dodici anni. La mia era una famiglia da sempre abituata all’acqua. Papà era un pescatore e aveva una piccola impresa di drenaggi fluviali – racconta Luciano Rovatti di Occhiobello –. Non ho mai più rivisto gli occhi di papà così preoccupati come quel 14 novembre 1951 quando, con un boato sordo, l’argine si aprì. Papà, con la sua imbarcazione, continuò per giorni a portare in salvo persone». Le immagini in bianco e nero raccontano di lanci di viveri e medicinali dagli aerei, persone ammassate nei camion con le poche cose salvate, volti sperduti, i vestiti logori. Bello l’allestimento, interessanti il documentario sulla tragedia a firma dell’Istituto Luce, e i tre professori universitari, “ologrammi” che si alternano per raccontare passato e presente del territorio.

Vittime dell’alluvione del Polesine a Frassinelle, 2 dicembre 1951 ©Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo


© 2021 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire - giovedì 11 novembre 2021 - pag. 10

 

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