Padre Antonio Ramina, il “custode” di sant’Antonio

Da qualche mese è alla guida della Basilica di sant’Antonio a Padova che, con quasi tre milioni di visitatori provenienti ogni anno da 82 diverse nazioni (almeno fino a prima della pandemia), è tra i più importanti santuari del mondo. Sicuramente uno dei più amati in Italia, grazie alla fervente devozione che circonda la figura del Santo. Padre Antonio Ramina, 51 anni, vicentino, ha fatto il suo ingresso come rettore lo scorso 10 ottobre. «Provo un sentimento di timore e preoccupazione, perché il compito è oneroso e complesso», ammette. «La Basilica è un centro che attira l’attenzione, non solo dal punto di vista religioso, è anche un luogo fortemente rappresentativo per la città di Padova (dove la basilica è chiamata semplicemente “il Santo”,ndr). Ma provo anche tanta gratitudine e contentezza per la fiducia che mi è stata accordata».

La basilica del “Santo” a Padova. Costruita tra Duecento e Trecento, custodisce opere di importanti artisti, tra cui Donatello, Giusto de’ Menabuoi e Giambattista Tiepolo.

Padre Ramina è figlio del Veneto degli oratori. L’infanzia è in parrocchia, ma la scelta di vita non è a favore del clero diocesano, bensì dei frati minori conventuali, i Francescani che indossano il saio di colore grigio o nero. «Da un punto di vista di immaginario più o meno fantastico, fin da bambino sono stato affascinato dal mondo religioso medievale, quello delle abbazie e dei conventi», racconta. «A 26 anni ho incontrato i frati Conventuali di San Lorenzo a Vicenza. Mi hanno comunicato la bellezza della vita francescana. Lì è iniziato il mio cammino».

A SERVIZIO DEL “SANTO”

Un cammino che ha raggiunto un ulteriore traguardo importante dopo i servizi come rettore del Seminario Teologico S. Antonio Dottore, e guardiano della Comunità S. Antonio Dottore.

Il nuovo incarico alla basilica dove è sepolto il Santo durerà fino al capitolo del 2025, quattro anni impegnativi perché – come diceva Sant’Antonio -, il “superiore deve eccellere per purezza di vita”. «I puri non sono intesi come gli impeccabili – spiega padre Antonio -, bensì come coloro che si sono dedicati completamente ad un compito. Il mio sarà garantire il buon andamento dei servizi di accoglienza, ascolto e celebrazione. Dovrò occuparmi anche dei frati più anziani che hanno maggior bisogno di attenzioni, e della qualità dei rapporti, facendo opera di mediazione là dove si dovessero verificare divisioni o rischi di incomprensioni. Gestire una comunità come quella del Santo, con una cinquantina di frati, dai trentenni ai novantenni, non sarà un’impresa facile, ma non impossibile. Sto sperimentando un bel respiro comunitario. Infine, al rettore spetta anche tutto il fronte dei rapporti istituzionali. Riassumendo: ascolto, mediazione e animazione».

Padre Antonio Ramina, rettore della basilica del Santo

Poi c’è la parte amministrativa, particolarmente importante per questo santuario, visto l’alto numero di pellegrini e le tante attività che vi sono collegate. «Il Santo è Basilica Pontificia, quindi la gran parte delle offerte va alla Delegazione Pontificia», precisa fra Antonio. «Poi ci sono da sostenere la Caritas Antoniana, l’opera del Pane dei poveri, e un fondo di solidarietà per famiglie in difficoltà economica. L’obiettivo del rettore dev’essere fare in modo che tutto ciò che viene offerto per i poveri arrivi a loro. Io ho svolto per otto anni servizio di collaboratore del Ministro provinciale all’interno dell’organismo di governo del nostro Ordine, e posso testimoniare che questa attenzione c’è».

La devozione a Sant’Antonio, che era di origine portoghese, è presente in tantissime città, in Italia e all’estero. Egli predicava nelle strade e nelle piazze perché le chiese non bastavano a contenere i suoi fedeli. «Quando ho scelto questa famiglia religiosa ero affascinato da Francesco di Assisi, Antonio lo conoscevo poco, l’ho avvicinato più tardi e ciò che mi ha colpito e mi colpisce di più è il suo… silenzio. Ha scritto molto, ma usa continuamente citazioni. Per cui alla fine ti resta il dubbio: che cosa ci sarà di Antonio in questi scritti? Lui era talmente impregnato di Parola di Dio e di fonti patristiche che, davanti a questi grandi tesori, ha preferito il silenzio. Non significa dire nulla, bensì essere segno di un ascolto di Dio. Come se dicesse: non ascoltate me, ascoltate Colui che parla al vostro cuore attraverso la preghiera. L’altro suo lato che ammiro è la testardaggine nel difendere sempre i poveri e chi subisce ingiustizie. Egli tuona contro le piaghe più acute del suo tempo. Tuona contro la piaga dell’usura, così come tuona contro la corruzione di prelati e sacerdoti».

In comune con sant’Antonio padre Ramina ha il gusto dell’essenzialità e, naturalmente, il nome. «L’essenzialità è fondamentale perché i rapporti sono più fraterni e profondi quanto più sono svincolati da ricchezze», ci dice. «I primi anni in convento, mi chiedevo se ero sulla strada giusta o se fosse il caso di pensare ad una vocazione più claustrale. Sognavo l’eremo e il silenzio. Più l’ho sognato, più si sono aperte strade in altre direzioni. Oggi sono in un servizio che mi pone su un fronte di continua apertura, ma lo vivo come provocazione bella. Tante volte lo Spirito soffia in direzione diversa rispetto a quella immaginata. Un po’ come è successo ad Antonio, che voleva l’eremo e ha dovuto predicare, voleva andare in Africa, ed è rimasto in Italia».

© 2022 Romina Gobbo 

pubblicato su Credere - domenica 9 gennaio 2022 - pagg. 18, 19, 20, 21

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