Il regista che porta i santi sul grande schermo

«Il 13 luglio 1978, un giorno qualsiasi. Eppure, io so esattamente che cosa stavo facendo, così come tutti i giorni seguenti fino ai miei trent’anni, grazie al diario di mio nonno, che annotava quotidianamente tutto quello che avveniva nelle nostre vite». Antonello Belluco, 65 anni, regista e sceneggiatore padovano, ha trascorso la prima parte della sua vita con i nonni, perché i genitori si erano separati prima della sua nascita. «Nonno Giovanni (da tutti chiamato Nino) è stato per me padre e madre, il baricentro della mia famiglia. In quel diario scriveva di noi, ma si rivolgeva a Cristo, gli sottoponeva i suoi problemi, gli offriva il suo ringraziamento, per essere riuscito a scappare dalla Slovenia, dove aveva rischiato di essere infoibato (la storia di famiglia ha ispirato il film “Red Land-Rosso Istria” scritto dallo stesso e da Maximiliano Bruno, ndr).

Nella memoria di Antonello è impressa una scena di infanzia. «Avrò avuto dieci anni, eravamo al mare a Jesolo. Davanti a noi passarono i ragazzini della colonia con le suore.  Nonno comprò i gelati per tutti. Mi disse: “Loro sono soli, tu hai la fortuna di essere con noi”. Sono impronte che ti restano dentro, ti insegnano come porti nei confronti del prossimo. Lui e nonna Maria sono stati per me casa; il loro amore mi ha accompagnato nei momenti bui».

Antonello neolaureato con i nonni

RICOMPORRE DOVE C’E’ IL MALE

Padovano come il nonno, ma con nonna slovena, bisnonna russa e trisnonna greca, Belluco si definisce «una buona shakerata di DNA, con un carattere ribelle», che gli è valso l’appellativo di “regista contro”. «Da giovane ho scelto la regia pubblicitaria, che mi ha permesso di crescere professionalmente. A quarant’anni ho “svoltato”, ho cominciato a girare film, perché sentivo il bisogno di comunicare quello che avevo dentro». Dopo “Antonio guerriero di Dio” (2006) sulla vita di sant’Antonio «in cui mi riconosco perché anch’io, come lui, sono un combattente», nel 2011 è la volta del musical “Il Risorto”, scelto per la Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid.

Nel 2014, esce “Il Segreto di Italia”, con Romina Power, che racconta vessazioni e soprusi perpetrati dai partigiani nel 1945. A fine 2021, arriva “On my shoulders – Sulle mie spalle”, sulla vita di san Leopoldo Mandić, frate confessore di origini croate, morto a Padova nel 1942, canonizzato da papa Giovanni Paolo II. «Di san Leopoldo mi piace il suo elargire il perdono con manica larga. Questo aspetto lo sento abbastanza mio. Molte persone mi hanno fatto del male, ma io non riesco a portare rancore, cerco sempre di ricomporre». Il prossimo film sarà ambientato nel 2033, a 2000 anni dalla morte di Cristo e avrà come protagonista la Sindone. «Gesù è il punto di riferimento della mia vita. Mi piace “parlare” con Antonio, così come con Leopoldo ma, per pregare, preferisco andare direttamente dal “padrone di casa”», spiega il regista, che da piccolo ha fatto anche da modello per il Gesù Bambino che compare in un dipinto in braccio a sant’Antonio nella chiesa del Sacro Cuore di Abano Terme.

Nel libro “Autoritratto di un’Anima – I miei perché: ipotetiche ragioni” (Editrice il Torchio), Belluco indaga il tema della caducità della vita. «Vivendo con i nonni, che all’epoca avevano già cinquant’anni più di me, da bambino mi alzavo la notte per sentire se respiravano. Ero terrorizzato all’idea di perderli. Nonno è morto che avevo trent’anni. L’ho accudito fino alla fine. È stato molto difficile, anche perché la nonna, vedendo che suo marito se ne stava andando, non era più la stessa. È mancata tre anni dopo. Andavo a trovarla tutti i giorni alla casa di riposo, lei aspettava quei momenti come la cosa più bella. Purtroppo, mentre con il nonno ero presente quando se n’è andato, con la nonna non è successo, e mi dispiace molto».

MERAVIGLIE DEL CREATO

Oggi la famiglia di Antonello è costituita dalle due figlie, Giulia, 31 anni, e Caterina 28, e da un variegato zoo, un avvicendamento di cani, taccole, gazze ladra, tartarughe, pipistrelli e conigli, trovati agli angoli delle strade, cresciuti e poi lasciati liberi, ma solo dopo un giro sul set, nel backstage o per una comparsata. L’amore per gli animali e, più in generale per l’ambiente, è un’altra eredità dell’Antonello bambino. «A chi mi chiedeva che cosa avessi voluto fare da grande, rispondevo l’indiano. Perché gli indiani vivevano nel rispetto della natura, delle tradizioni, ben lontani dalla logica del profitto. Anch’io ho cercato sempre un equilibrio tra profitto e impegno civile, ma molti non lo capiscono e ancora oggi mi chiedono: “Ma tu di che cosa vivi?”»

© 2022 Romina Gobbo 

pubblicato su Credere - domenica 20 febbraio 2022 - pagg. 20, 21, 22

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