Guerre dimenticate. Il racconto dal Burkina Faso della giornalista Romina Gobbo

Questa è un’intervista che mi ha fatto il collega Luigi Marcadella. Grazie.

Oltre alla guerra in Ucraina nel mondo si contano decine di altri grandi, medi e micro conflitti. Ugualmente in grado di produrre morte, disperazione e sommovimenti sociali. L’Africa è la terra delle guerre dimenticate e dal continente nero è appena ritornata la giornalista vicentina Romina Gobbo, collaboratrice di Avvenire e delle testate della Periodici San Paolo. Precisamente è tornata dal Burkina Faso dove non c’è una vera e propria guerra, ma un terrorismo di matrice islamista sempre più incontrollabile che in molte aree del paese rende la vita ormai insostenibile. Il Burkina Faso, che i più vecchi ricordano anche come Alto Volta, è uno stato ad “alta intensità” di presenza della Francia. Il 24 gennaio 2022 un golpe, guidato dal colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, ha deposto il presidente Christian Kaboré. A sostituirlo lo stesso Damiba, dal primo marzo a capo di un governo militare per i prossimi tre anni, ovvero fino a nuove elezioni democratiche.
«Dal 2015 ad oggi la violenza terroristica ha ucciso circa duemila persone in Burkina Faso, provocato circa un milione e mezzo di sfollati interni e, lo scorso anno, almeno 17 mila persone hanno abbandonato il paese. Dal 2016 gli attentati sono penetrati anche nella capitale Ouagadougou: negli attacchi all’Hotel Splendid e al ristorante Cappuccino sono state uccise più di 30 persone, tra cui un bambino italiano».

Romina Gobbo con i bambini sfollati allo stadio di Kaya

Dove sei stata precisamente?
«Prevalentemente nella capitale Ouagadougou, gli spostamenti sono sconsigliati perché troppo pericolosi. Mi sono spinta anche a circa 130 chilometri a nord, a Kaya. È il primo approdo “sicuro” per gli sfollati dai villaggi al confine col Mali, dove i terroristi uccidono, devastano e fanno terra bruciata».

Sei stata in Burkina per un reportage. A cosa stai lavorando?
«Mi occupo da anni di islam e delle sue deviazioni, tra cui, appunto il terrorismo. E il Sahel, fascia a sud del deserto del Sahara, da questo punto di vista è sicuramente un caso emblematico. La regione in cui convergono i confini tra Mali, Niger e Burkina Faso (la cosiddetta tri-border area) è senz’altro la più pericolosa. Totalmente abbandonata dai governi centrali, priva di servizi essenziali, niente scuole, strade, ospedali, quest’area per i terroristi è anche un luogo di reclutamento dei giovani. Ne parlerò in un contributo che uscirà nel dossier, “I padroni della terra”, curato dalla Focsiv (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario). Il mio viaggio per raccontare cosa sta succedendo è stato sollecitato anche da due Onlus, Acqua nel Sahel (Pinerolo, Piemonte) e Movimento Shalom (San Miniato, Toscana). Il vescovo di Pinerolo, monsignor Pier Giorgio De Bernardi, raggiunta la pensione, ha scelto di andare missionario in Burkina, dove svolge, oltre ad un servizio pastorale, anche quello della promozione umana. Con Acqua nel Sahel, di cui è socio fondatore assieme a Roberto Giuglard e Patrizio Righero, ha già contribuito a realizzare una cinquantina di pozzi nelle zone più in difficoltà. La situazione idrica è drammatica, le donne camminano anche per 7-8 km al giorno per riempire una tinozza l’acqua».

Che accorgimenti hai preso per lavorare in un’area considerata di massima pericolosità?
«Diciamo che in altri momenti ho vissuto situazioni molto peggiori, in Afghanistan, Siria, Sud Sudan. Il Burkina Faso è all’apparenza tranquillo, perché il terrorismo non è una guerra aperta, il problema è che non sai dove e quando colpirà. La capitale è più sicura, mentre la strada verso Bobo-Dioulasso a sud, o quella che collega Kaya a Dori a nord, sono considerate zone rosse. Quasi impossibile trovare un autista che ti ci accompagni. Lo stesso vescovo di Dori, monsignor Laurent Dabirè, quando si reca a Kaya, usa l’elicottero. Visi bianchi non ne trovi molti, in capitale ci sono circa 200 italiani su tre milioni di abitanti, perciò è un po’ difficile mimetizzarsi».

Quanto è alto oggi il rischio di rapimenti?
«Dopo il rapimento nel 2018 del padovano Luca Tacchetto e della sua amica canadese, Edith Blois, poi liberati nel 2020, di internazionali che io ricordi non ce ne sono stati più. Questo per quanto riguarda il Burkina, ci sono invece ancora diversi ostaggi internazionali rapiti in Niger e Mali. In Burkina resta nelle mani dei rapitori il burkinabé padre Joël Yoygbaré, parroco di Dijbo, diocesi di Dori, capoluogo della provincia settentrionale di Soum, alla frontiera con il Mali. Dato il pericolo rapimenti e dato l’aumentare degli attentati, la Farnesina sconsiglia caldamente il Burkina. Diciamo che non è un luogo dove andare per turismo. Certo, nessuno te lo può impedire, ma devi dimostrare di avere un motivo, di lavoro o nella cooperazione. A quel punto la Farnesina ti scrive, ti avverte che è zona rossa, e si solleva da qualsiasi responsabilità».

A gennaio c’è stato il colpo di stato per mano dei militari. Che clima c’è tra la popolazione?
«Il colpo di stato è arrivato dopo le proteste, soprattutto dei giovani, che ritenevano il governo Kaboré incapace di far fronte al terrorismo. I militari hanno approfittato di queste tensioni. Insoddisfatti anch’essi perché mal pagati male, mal addestrati, a nord a volte anche privi dei viveri. Il colpo di stato, quindi, ha trovato la popolazione piena di aspettative. Ma dopo due mesi, con gli attacchi che si sono intensificati, il clima sta cambiando, e il malcontento comincia a farsi strada. Ciò che dispiace è che il Burkina Faso è sempre stato un paese tranquillo, dove convivono varie etnie e varie religioni, soprattutto nella capitale dove i matrimoni misti sono la normalità, ma il terrorismo sta destabilizzando tutto questo».

La popolazione che idea si è fatta del terrorismo islamico?
«Il terrorismo qui è un mix di criminalità locale e jihadismo, in origine importato dal Medioriente, oggi autoctono. In Africa il “sangue”, l’appartenenza tribale è molto forte, pertanto i terroristi necessitano della fiducia dei capi villaggio, che molto spesso viene conquistata sposando donne del posto. Reclutano facilmente i giovani che, soprattutto al nord, non hanno nessuna prospettiva. Li fanno “lavorare”, poco importa se si tratta di un lavoro illegale. Chi offre dei soldi è il benvenuto dove le famiglie arrancano, e le sole risorse sono l’agricoltura di sussistenza e la pastorizia».

I francesi hanno ancora molti interessi sul posto. Si vedono?
«Diciamo che la Francia, potenza colonizzatrice, non ne vuol sapere di lasciare libere le proprie “colonie”, nonostante il Burkina abbia proclamato la propria indipendenza nel 1960. L’influenza resta palese, basti pensare che in tutta l’Africa occidentale la moneta locale è il Franco CFA. Ma la popolazione burkinabé comincia a nutrire una certa insofferenza nei confronti dei francesi, la cui presenza militare non è riuscita a contrastare il terrorismo. Insofferenza, peraltro, che sta crescendo anche in Niger e Mali. Macron ha deciso di fare marcia indietro, e di dimezzare le proprie forze all’interno dell’operazione Barkhane, sorta proprio in funzione anti jihadista».

E i burkinabé cosa dicono invece dei francesi?
«Ma ormai è chiaro alla popolazione che i francesi, come i russi, i canadesi, i cinesi, i tedeschi, gli americani, i sauditi…. sono presenti solo per proteggere i propri affari, che hanno a che vedere più con la ricchezza del sottosuolo che lo sviluppo del paese. Il Burkina Faso ha un sottosuolo molto ricco di oro, poi ci sono altre risorse come il manganese, lo zinco, i fosfati».

Secondo te perché ci siamo assuefatti a tutte le notizie tremende che arrivano dall’Africa?
«La vicinanza fa la differenza. La gente non sa nemmeno dove sia il Sahel, l’Ucraina invece è percepita come un luogo vicino, con uno stile di vita e una cultura simili a noi. Poi gli ucraini e le ucraine li conosciamo bene, da vicino, accudiscono i nostri anziani, lavorano e vivono in mezzo a noi da tempo. Non mi piace dirlo, ma credo ci sia anche una questione di pelle, forse è una parte della spiegazione. Se non vado errata, alcuni profughi ucraini di colore in Italia hanno faticato a trovare accoglienza».

Cosa vorresti raccontare di questo tuo ultimo reportage dall’Africa?
«Da persona che ama l’Africa, vorrei raccontare di un continente che ha trovato finalmente il modo per innescare un proprio sviluppo e rendersi autonomo dai paesi esteri. Da giornalista devo invece dare un monito. L’Africa non è altro da noi, il Sahel non è altro da noi, e neppure così lontano. Non dimentichiamo che i migranti africani che arrivano da noi, partono dall’Africa sub-sahariana, e quella fascia di sterpaglia la devono attraversare. Chi ce la fa, arriva in Libia e si imbarca, sperando di non finire nelle viscere del Mediterraneo. Ma molti non ce la fanno, muoiono prima, proprio nel Sahel, l’altro “cimitero”, che può essere attraversato solo pagando il pizzo a gente senza scrupoli, e neanche così si è sicuri che il viaggio vada a buon fine».

Ma nel Sahel non transitano solo uomini…
«Transitano anche armi e droga, che arriva dal Sudamerica, via oceano Atlantico, attraversa stati come la Guinea-Bissau, considerata un hub per il traffico di cocaina, risale il Sahel e segue poi le rotte del Mediterraneo fino in Europa. Per questo, l’Europa e l’Italia non devono perdere di vista questi territori, ma anzi, sostenerli».

Ai lettori cos’altro vorresti far sapere del Burkina?
«Le guerre africane sono dette “dimenticate” perché gli stessi giornali tendono a non interessarsene. Non credo ci siano corrispondenti stabili di testate italiane in Africa, se non al Cairo e a Nairobi, ma è un’Africa un po’ diversa da quella sub-sahariana. D’altro canto, la notizia diventa tale solo quando è pubblicata. In questo periodo mediaticamente esiste solo l’Ucraina. Lo capisco, però consiglio dai lettori di ampliare il proprio orizzonte. Si accorgeranno che il mondo è più piccolo di quello che pensiamo. Un battito d’ali da una parte del pianeta è uno tsunami altrove. Per restare all’oggi: che cosa c’entra l’Africa con la Russia? Apparentemente nulla. Ma i russi in Africa sono ben presenti. In Mali ci sono contractor russi, che il governo ritiene più affidabili dei militari regolari francesi. La raccomandazione è di accrescere il proprio senso critico, unico modo per difendersi dalle fake news e unico modo per capire quello che sta succedendo».

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