Sviluppo sostenibile. Se le prime lotte ambientali furono sui Colli Euganei

Chissà che cosa direbbe Greta Thunberg se venisse a conoscenza della battaglia che i giovani combatterono per salvare gli Euganei, i colli del territorio padovano, dalla devastazione provocata dalle cave? Lei che ha portato in piazza migliaia di giovani per far sentire la propria voce in favore dell’ambiente, che cosa avrebbe da dire, per esempio, ai fratelli Gianni e Franco Sandon? Ambientalisti ante litteram. Attivisti per la salvaguardia di un contesto paesaggistico del cui valore ci si sarebbe accorti dopo, perché negli anni ’60-’70 i problemi erano altri: il lavoro, l’emigrazione, la casa. Fu una battaglia vera, e non solo perché partì da Battaglia Terme (Pd), nome omen, ma anche perché dei giovani con pochi mezzi, ma tanto cuore, dovettero fronteggiare la lobby dei cavatori, danarosi, con appoggi politici e che utilizzavano lo spauracchio della disoccupazione. I primi, armati di penne, dattiloscritti, lettere, volantini e foto (che arrivarono fino al Senato). I secondi, di camion, ruspe, minacce e intimidazioni. Ma i giovani che si unirono nei Comitati per la Difesa dei Colli Euganei, in primis quello di Battaglia Terme, guidato dai fratelli Sandon con Alessandra Romano (ma ne sorsero un po’ ovunque), seppero gettare il cuore oltre l’ostacolo. E Davide vinse Golia. Presentata il 4 gennaio 1971, il 24 novembre dello stesso anno fu approvata la Legge 1097/1971, meglio nota come “Romanato-Fracanzani”, dal nome dei suoi due primi firmatari, e promulgata dal presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, cinque giorni dopo. «Fu un viaggio appassionato, ma molto impervio, fatto di euforia e di momenti di sconforto, fino alla vittoria finale, favorita anche dalla stampa», dice Sandon. “Stanno divorando i Colli Euganei”, “All’assalto dei Colli Euganei”, titolava il Corriere della Sera, a firma del giornalista Paolo Monelli, che per primo denunciò lo scempio. Bisognava impressionare, perché il gioco si faceva duro, c’era una mentalità da scardinare. Le cave effettivamente avevano scongiurato lo spopolamento dei colli; la loro chiusura avrebbe significato il licenziamento di 270 lavoratori. Provvidenziale fu il nascente comparto termale di Abano, che assorbì molti ex operai. E poi ci fu chi, come Lidio Dotto, seppe reinventarsi, diventando uno stimato vitivinicoltore. E là dove c’erano le cave, oggi c’è il Parco Regionale dei Colli Euganei.

Sono passati cinquant’anni, sarebbe finito nel dimenticatoio questo anniversario, se non fosse per un giornalista padovano, Renato Malaman, che si è appassionato a questa vicenda, ma che soprattutto si è appassionato all’attivismo dal basso, quello di chi ci crede davvero. Così ha cercato i protagonisti e li ha rimessi insieme, affinché questa “avventura” sia conosciuta e sia di monito. La “Romanato-Fracanzani” fu la prima legge italiana in materia di tutela ambientale varata dal parlamento italiano. E, se oggi l’articolo 9 della Costituzione tutela, non più solo il paesaggio, ma anche l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, lo si deve anche alla Legge 1097/1971. Incontro alcuni dei protagonisti, domenica 22 maggio, a Fratta Polesine (Ro), nei locali del palazzo Manegium. Gianni Sandon, non più ragazzo, ma con lo stesso entusiasmo di allora, entusiasmo che lo porta a continuare a vigilare sugli episodi di degrado del territorio. «Avevamo le idee chiare – racconta -, stilammo una proposta di legge per la tutela dei Colli che amavamo, dove facevamo le nostre escursioni, ma avevamo bisogno di qualcuno che le appoggiasse». I Comitati incontrarono una politica corretta, lungimirante. Il ministro Carlo Fracanzani, originario di Este, co-autore della legge, all’epoca deputato della sinistra DC. Fu lui a riuscire a far passare nel corso della prima seduta della Commissione Pubblica Istruzione e Belle Arti di Montecitorio, il 13 maggio 1971, l’emendamento decisivo, facendo inserire la parte collinare di Este e Monselice, martoriata dalle cave, nella perimetrazione del comprensorio soggetto ai nuovi vincoli. Ma i tempi ormai stringevano. Si respirava aria di crisi di governo e gli equilibri politici erano instabili, anche perché stava per scadere il mandato presidenziale di Saragat. Giuseppe Romanato, parlamentare democristiano di Rovigo, presidente della Commissione, riuscì ad inserire la proposta di legge al primo punto all’ordine del giorno dell’ultima seduta utile; essa avrebbe imposto la chiusura immediata di oltre 70 cave allora attive. Ed esortò i colleghi a votare a favore, perché su quei meravigliosi colli si stavano perpetrando “squarci immani” e “irreparabili”. Rinviare avrebbe significato rimettere la proposta nelle mani della nuova legislatura. E chissà…

Con quel suo fervore per una legge non da tutti vista di buon occhio, egli si giocò la carriera politica. E’ mancato il 15 aprile 1985. Ma a tenerne vivo il ricordo e le azioni è il figlio Gianpaolo, docente universitario. Al tavolo di Fratta Polesine c’era anche l’avvocato Gianluigi Ceruti, già parlamentare, il cui apporto fu fondamentale per stendere l’impianto giuridico di una legge che passò indenne anche le “forche caudine” della Corte costituzionale. Si mise così la parola fine ad una vicenda che è diventata anche un libro., “I Colli ritrovati” (Cierre Edizioni, Verona), scritto a otto mani da Renato Malaman, Claudio Grandis, Toni Grossi e Antonio Mazzetti, con le bellissime foto aeree di Matteo Danesin. Il volume ha visto la luce grazie al sostegno di Banca Patavina. La sera del 16 giugno a Battaglia Terme, all’interno della Cava di Monte delle Croci, la proiezione di una “chicca” televisiva trasmessa dalla Rai il 29 giugno 1970, ha rievocato quei giorni straordinari.

© 2022 Romina Gobbo 

pubblicato su Avvenire - Inserto Economia Civile - mercoledì 29 giugno 2022

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