Itinerari. Feltre. La memoria dei testimoni. Il santuario dei santi Vittore e Corona

Vittore era un soldato cristiano che subì il martirio in Siria, durante la persecuzione dell’imperatore romano Marco Aurelio. Nonostante efferate torture, Vittore non cede e continua a manifestare la propria fede. Presente al supplizio è Corona, giovane sposa di un suo compagno d’armi. Colpita dalla testimonianza di Vittore, anch’ella si proclama cristiana. Il suo supplizio consiste nell’appenderla per i piedi alla cima di due palme, curvate a forza. Drizzandosi violentemente, la squarciano. Vittore, invece, viene decapitato. Correva l’anno 171 d.C., era il 14 maggio, oggi giorno della memoria liturgica. Ma, come per numerosi altri santi della Chiesa primitiva, gli studi agiografici che riguardano i due santi martiri Corona e Vittore sono molto complessi e le notizie certe sono poche e confuse con tradizioni leggendarie, che riguardano sia la data sia il luogo del martirio. Le notizie sono riprese dall’Illustre certamen, un’antica relazione greca del IV secolo, scritta da un diacono della Chiesa di Antiochia. Fatto sta che, dopo varie vicissitudini e traslazioni, tra cui un lungo periodo a Venezia, le reliquie di Vittore e Corona arrivano in prossimità di Feltre, nel Bellunese, probabilmente nel secolo IX. Qui avviene un fatto prodigioso: il carro che trasporta le spoglie si ferma. I cavalli non hanno alcuna intenzione di ripartire. Ma Vittore appare in sogno a una donna del posto e le ingiunge di sostituire i cavalli con le sue due mucche. Il carro riparte e, in località Anzù, termina la sua corsa. Su quello spiazzo anni dopo sorgerà l’attuale santuario dedicato ai santi Vittore e Corona, patroni della città di Feltre e della diocesi di Belluno-Feltre.
«Le due ricognizioni delle reliquie fatte nel 1943 e nel 1981 hanno confermato scientificamente la presenza di ossa appartenenti a due individui, un maschio e una femmina», dice il rettore, don Sergio Dalla Rosa. «Inoltre, durante l’ultima ricognizione, effettuata da un’équipe dell’Università di Padova, diretta dal professor Cleto Corrain, nella cassa sono state trovate delle tracce di pollini di cedro, pianta autoctona in Siria e Libano, il che conferma la provenienza delle reliquie dall’Oriente».
Al santuario di Feltre, che dal 2002 ha anche il titolo di basilica minore, «arrivano pellegrini da tutto
il nord Italia. Ma anche da fuori, spesso sono feltrini emigrati che tornano per le vacanze», riprende il rettore. «Molti a piedi, affrontando il “Cammino di San Vittore”, 530 chilometri in 30 tappe attraverso la provincia bellunese. E c’è un’ultima fatica da affrontare, le tre scalinate, perché il santuario si trova a quota 344 metri, alle pendici del monte Miesna.

«La scala esterna, la più lunga, è molto scenografica, con le statue dei due santi martiri che accolgono
i pellegrini. Quella più interna conta dieci scalini, chiaro riferimento ai dieci comandamenti che vanno osservati se si vuole aspirare al Paradiso. Il santuario, inoltre, è al centro di un parco di proprietà di diciotto ettari, studiato come speciale biotopo per la bellezza della sua flora».


ANTICHE E NOBILI ORIGINI


La chiesa venne iniziata nel 1096, al tempo della prima Crociata, per volere del feudatario Giovanni da Vidor, e consacrata dal figlio Arbone (o Arpone), vescovo di Feltre, il 13 maggio 1101. A croce greca, in stile romanico-bizantino, ha una facciata quasi sproporzionata, perché è stata alzata successivamente. Il campanile, che ha una forma un po’ arabeggiante, fu ricostruito agli inizi del secolo XIX perché distrutto da un fulmine. Nell’interno vari sono i riferimenti a san Vittore e a santa Corona. Appena entrati, sulla sinistra, si può vedere una loro immagine, dentro un riquadro segnato da capitelli corinzi, particolarmente venerata dai feltrini perché Vittore tiene in mano il Gonfalone della Città. Inoltre, la bella e ordinata serie di affreschi del transetto di sinistra, datata XIV secolo, racconta la storia del loro martirio. L’opera forse più preziosa è un Giudizio universale ispirato allo stile di Giotto sulla lunetta a destra in alto, di fianco all’altar maggiore, che riecheggia quello della cappella degli Scrovegni di Padova. In generale, tutte le pareti sono ricoperte di affreschi, dove prevale il colore rosaceo, che crea un’atmosfera particolare, quasi a voler richiamare il colore del sangue dei martiri. Degna di nota, sulla parete sud, è la rappresentazione dell’Ultima Cena, eseguita tra il Quattro e il Cinquecento, con
la curiosa presenza sulla tavola dei gamberetti di fiume, cibo allora riservato ai poveri.

LA TESTIMONIANZA DEI MARTIRI

E poi si arriva al martyrium: attorno un loggiato dove le colonne hanno capitelli con iscrizioni arabe; al centro, l’urna marmorea dove sono conservate le spoglie di Vittore e Corona. La tomba fino al 1440 era appoggiata per terra. Poi fu innalzata su quattro colonne. Il complesso, che è ente ecclesiastico autonomo, si compone – oltre che della chiesa –, anche di un convento costruito sulle rovine di un castello, tra il 1494 e la fine del secolo, dai religiosi della congregazione di San Girolamo di Fiesole che vi si stabilirono fino al 1669. Successivamente risiedettero qui i padri Somaschi di san Girolamo Miani (o Emiliani) e i frati francescani Minori osservanti. Nel 1878 il santuario tornò definitivamente al clero diocesano. Nel 1932 il convento è diventato casa di accoglienza. Dal 2015 è anche sede ufficiale dell’Associazione internazionale dell’affresco, fondata dall’artista Vico Calabrò.

© 2022 Foto e testo di Romina Gobbo 

pubblicato su Credere - 16 ottobre 2022 - n. 42 - pagg 54, 55, 56, 57
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