In Val d’Orcia ogni podere racconta la fatica, ma anche l’impegno e la passione di chi ha lavorato quella terra e l’ha resa feconda

Succede che una giornalista, che di solito si occupa di aree di crisi e terre martoriate, si ritrovi nel ristorante del castello di San Giovanni d’Asso (Montalcino-Siena), pittoresco borgo toscano, a pasteggiare con il Diamante Bianco – così chiamano qui il tartufo autoctono -, “innaffiato” da una selezione di vini della Doc Orcia. Vini dai nomi originali, come “Miraggio”, “Sesterzo”, “Cenerentola”, “Sassodisole”, “Villaggio”, “Atrium”, “Il Tocco”, “Frasi”, “Giovesone”, “Aetos”, evocativi della storia e delle motivazioni all’origine della loro produzione. Perché nella Val d’Orcia ogni podere racconta della fatica, ma anche dell’impegno e della passione di chi ha lavorato quella terra e l’ha resa feconda. Le pietanze sono invece il risultato dell’ardire di chef stellati come Ardit Curri del San Martino di San Gimignano, oppure Iside De Cesare de “La Parolina” di Trevinano (Vt).

(TurismoItaliaNews) Benvenuti alla cena di gala della 36.a edizione della Mostra mercato del Tartufo Bianco che, nata nella metà degli anni ’80 del secolo scorso, si tiene nel cuore delle Crete Senesi, organizzata dalla locale Associazione Tartufai. Una tavola fortunata quella del mio esordio da giornalista enogastronomica, con il gotha del Consorzio del Vino Orcia, a cominciare dalla “donna del vino per antonomasia”, Donatella Cinelli Colombini, vicepresidente del Consorzio, e mentore dell’attuale presidente, la giovane Giulitta Zamperini, e l’altro vice, Roberto Terzuoli. L’uomo sta fra le due dame, e che dame!

Il giorno dopo, via l’abito da sera, su gli scarponcini. Perché il giornalismo si fa consumando le suole. Meglio se nell’area del Fosso del Tribbio, annaspando appresso ai cani per verificare che il Diamante Bianco delle Crete Senesi sia realmente a chilometro zero. Milly e Pippo ci danno del gran filo da torcere. Ci mancava che avesse piovuto il giorno prima. Le simpatiche bestiole si divertono a raspare il terreno alla ricerca del prezioso fungo ipogeo, noi giornalisti, in questi giorni più avvezzi alla tavola, affondiamo nel fango. Finché, eccolo affiorare il tubero. I pioppi bianchi sono stati generosi. Due belle “pepite” profumate che grattugeremo sulla lasagna del pranzo. È proprio l’odore intenso che attira Milly e Pippo. Non dimentichiamo che l’olfatto di un cane è più sviluppato rispetto al nostro da 100.000 a un milione di volte. Questa escursione mi ricorda quelle a seguito delle unità cinofile in Afghanistan. Ma là l’odore non era di tartufo, era di esplosivo. E un’eccessiva enfasi nella ricerca voleva dire boom.

Milly e Pippo si meritano il premio. Lo sanno di essere stati bravi e, se non glielo dai, se lo prendono dalla tasca. Tanta è la confidenza con il tartufaio-padrone, una vera simbiosi. «È un rapporto speciale, che va curato e alimentato. I cani vengono addestrati da piccoli, anche perché devono imparare a trovare il tartufo, ma non a mangiarselo», spiega Paolo Valdambrini, presidente dell’Associazione Tartufai Senesi. Ci racconta delle sue “scorribande” mattutine con i cani, e di quanto lavoro ci sia per tenere pulito il bosco. Perché là dove crescono i tartufi, l’ambiente va salvaguardato.

È così venuto il tempo di andar per cantine. Io, che di vini capisco poco, metto in atto i trucchi di Romina: «Quando non sai, osserva». Mi colpisce l’accoglienza che i viticoltori ci riservano. Non è un vero andar per cantine come da programma, è piuttosto un andar di famiglia in famiglia. Siamo all’azienda agricola Bagnaia, a pochi passi da San Quirico d’Orcia, dove si fa anche agriturismo. Un piccolo angolo di paradiso. Sia che si scelga di dormire nell’appartamento “Il Gelsomino”, o nell’appartamento “La Ginestra”, quando si apre la finestra ci si trova davanti un paesaggio che varia da quello lunare delle Crete Senesi alle dolci colline con file di cipressi, dai campi di cereali ai pascoli, agli ulivi e ai vigneti. Dove spiccano cascine e casolari riportati alla vita da imprenditori illuminati. A Bagnaia la famiglia è al completo: Nicola e Giovanna e i genitori di lui, Luigi e Fiorella. Un suggerimento: di Fiorella provate la lasagna. Leggerissima. Quella su cui noi avevamo grattugiato il tartufo.

Dura la vita del giornalista. Tocca inerpicarsi fino ad ottocento metri – in auto – per raggiungere casa Salviucci. Nel borgo di Campiglia, lembo estremo dell’area dell’Orcia Doc, già nell’area del monte Amiata, ci aspetta Elena, 27 anni, figlia d’arte, approdata al vino dopo gli studi classici. E ci sta, visto che anche i greci amavano bere bene. I colleghi degustano un Banditone. Io stavolta passo. E, anche se sobria, mi si materializzano nella testa orde di banditi che mettono questo territorio a ferro e fuoco. Chissà se il nome del vino arriva da lì. Verificherò. Forse. Intanto mangiamoci queste meravigliose castagne cotte al forno da mamma Sabrina. Un altro prodotto delle generose terre senesi.

Ma non ci sono due senza tre… famiglie. Ecco allora quella di Marco Capitoni che, a Monticchiello di Pienza, ha fatto risorgere il Podere Sedime. La squadra è composta anche dalla moglie Antonella e dal figlio Angelo, a cui tocca la responsabilità di essere la terza generazione dei vignaioli Capitoni. L’uso minimale dei prodotti fitosanitari, il rispetto della biodiversità e il percorso intrapreso per la certificazione bio dei prodotti agricoli, fanno di questa azienda un esempio di sostenibilità. Sedime, dal latino sedǐmen, significa sedere, in senso lato, fermarsi e, in effetti, qui sarebbe proprio bello fermarsi per qualche giorno, ma i press tour non danno tregua. Cosa portiamo a casa?
Nuove relazioni con persone che vivono tra le vigne con passione, umili nei modi, e con grandi competenze di enologia e viticultura. Così la visita alle aziende diventa un’esperienza, dove si capisce che l’enogastronomia è cultura e contribuisce a valorizzare un territorio e il suo patrimonio storico ed architettonico, fatto di rocche, fortezze e castelli. Quel che fa ben sperare è che molti ragazzi e ragazze intendono continuare il mestiere di famiglia. Possono stare tranquilli l’1,4 milioni di turisti che qui ogni anno si sentono a casa.

Sono 12 i comuni della Val d’Orcia, ognuno con le proprie peculiarità, ma uniti dalla consapevolezza del fatto che i vini e le eccellenze alimentari sono stati il motore dello sviluppo. Uno sviluppo, però, non esageratamente impattante, tanto che gran parte del Parco della Val d’Orcia dal 2004 è Patrimonio dell’Umanità Unesco. Qui passa anche la via Francigena, che dal tempo medievale collega l’Europa a Roma. Da qui sono transitati santi, eremiti e pellegrini, in silenzio e meditazione, verso la Città Eterna.

© 2022 Romina Gobbo 

pubblicato su turismoitalianews - mercoledì 7 dicembre 2022

https://www.turismoitalianews.it/enogastronomia/20313-in-val-d-orcia-ogni-podere-racconta-la-fatica-ma-anche-l-impegno-e-la-passione-di-chi-ha-lavorato-quella-terra-e-l-ha-resa-feconda
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