Chiesa perseguitata. Cristiani martiri nel silenzio del mondo

«Fino a qualche decennio fa, si trattava di casi sporadici, ora la violenza è diventata sistematica e organizzata». A dirlo è il nigeriano don Udoji Julius Onyekweli, parroco di Montopoli in Valdarno, in Toscana, ancora scosso per l’uccisione, lo scorso giugno, del cinquantenne don Vitus Borogo, suo compagno di seminario. «Era a casa sua, una fattoria nello Stato di Kaduna, quando sono arrivati i criminali. Hanno preso suo fratello. Lui ha cercato di negoziare, ma lo hanno ammazzato con un colpo di pistola. Da allora non mi do pace e sto cercando di fare del mio meglio per sensibilizzare, perché ho la sensazione che il mondo abbia voltato le spalle alla Nigeria».

Don Udoji porta la sua testimonianza giovedì 8 dicembre nella Sala Torello Pierazzi di Palazzo Grifoni, a San Miniato (Pisa), nell’incontro Rompiamo il silenzio sui cristiani perseguitati nel mondo, organizzato da Shalom, nella giornata dedicata al 48esimo anniversario del Movimento nato per diffondere la pace. «I cristiani sono i più perseguitati nell’indifferenza generale – spiega il fondatore di Shalom, don Andrea Cristiani -. Ma da dove viene tutto questo odio? Io penso che l’insegnamento di Cristo faccia paura ai poteri forti perché è talmente rivoluzionario che, se accolto, cambierebbe il mondo». Altre testimonianze sono quelle di Wendyam Charlemagne Komamtanga, dell’ambasciata del Burkina Faso presso la Santa Sede, e della nigerina Marie Claire Koupaki, madre superiora dell’Istituto femminile dei Servi di Cristo. L’introduzione dei lavori è affidata al presidente onorario del Movimento Shalom, Massimo Toschi, al presidente attuale, Vieri Martini, e al vescovo, monsignor Andrea Migliavacca. Intervengono inoltre il sindaco Simone Giglioli e il direttore di Famiglia Cristiana don Stefano Stimamiglio. La chiusura è affidata al cardinale Beniamino Stella.

L’aumento dell’intolleranza con una conseguente ondata di violenza brutale nei confronti dei cristiani – sacerdoti, frati, suore e laici – è uno dei dati più preoccupanti di questi ultimi anni. Si va dalle discriminazioni all’impossibilità di indossare il crocifisso, dal divieto di costruire luoghi di culto agli assalti alle chiese, con rapimenti e uccisioni. La Nigeria è uno dei Paesi più martoriati dove, secondo l’analisi della Società internazionale per le libertà civili e lo Stato di diritto, tra gennaio 2021 e giugno 2022, sono stati uccisi oltre 7.600 cristiani. In generale, nell’Africa settentrionale, la fascia saheliana, soprattutto la cosiddetta regione dei tre confini – Mali, Niger e Burkina Faso – sta pagando un prezzo altissimo a gruppi che sono un misto fra matrice criminale e ideologia jihadista.

«Al Sahel dovremmo guardare con attenzione, anche per la sicurezza dei nostri confini – dice Alessandro Monteduro, direttore della Onlus Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) -. Lì la radicalizzazione sta diventando davvero preoccupante, ha grande agilità di penetrazione, perché si appoggia sullo stato prostrazione, soprattutto dei giovani. Però, sia chiaro, non è in atto uno scontro fra religioni. Anzi, tra i leader religiosi c’è tanta collaborazione. Siamo di fronte a tentativi sempre più violenti di affermazione di un’ideologia deviata. La semina che papa Francesco realizza nei suoi viaggi darà i suoi buoni frutti, ma ci vorrà tempo, ne beneficeranno le generazioni future».

«Stavo ancora celebrando Messa quando ho sentito le esplosioni. Ero sul sagrato. Sono entrati degli sconosciuti armati. Mentre i proiettili fendevano l’aria, pensavo soltanto a come salvare i miei parrocchiani. Con alcuni siamo scappati in sacrestia. Li ho protetti come una chioccia protegge i suoi pulcini». Quando i terroristi se ne sono andati, don Andrew Adeniyi Abayomi, viceparroco della Chiesa cattolica di San Francesco Saverio a Owo, nello Stato nigeriano di Ondo, è uscito. Sul pavimento della chiesa c’erano quaranta cadaveri e decine di feriti.

«Mio Dio, è difficile essere incatenati e picchiati, ma vivo questo momento così come Tu me lo offri»: suor Gloria Cecilia Narvàez ha sopportato pregando i quattro anni e mezzo nelle mani dei militanti islamici maliani. Ma per quella preghiera è stata anche torturata.

Il Rapporto sui cristiani oppressi per la loro fede 2020-2022, redatto da Acs, evidenzia che nel 75% dei Paesi esaminati dei cinque continenti sono aumentate le persecuzioni, a vari livelli, dei cristiani. In Pakistan finiscono facilmente in carcere sulla base di false accuse di blasfemia. Ragazze minorenni vengono rapite, costrette a convertirsi all’islam, e a sposare uomini che, per età, potrebbero essere i loro padri. Cosa che accade anche in Egitto, e non solo. L’instabilità del Medio Oriente comporta continue migrazioni di cristiani verso l’Occidente, e questo minaccia la sopravvivenza delle tre comunità cristiane più antiche del mondo, quelle di Iraq, Siria e Palestina. Nel giro di un decennio, in Siria il numero dei cristiani è crollato da 1,5 milioni (il 10% della popolazione) del 2011, prima dell’inizio della guerra, ai circa 300mila attuali (meno del 2% della popolazione). In Iraq, la comunità è scesa dai 300mila fedeli presenti prima dell’arrivo dello Stato islamico nel 2014, ai circa 150mila attuali. Poi ci sono i Paesi dove la minaccia è più subdola. «Pensiamo a Cina e Corea del Nord: governi totalitari che opprimono i fedeli, controllando ogni loro movimento – conclude Monteduro -. Oppure l’India, che noi consideriamo una bella meta di viaggio. Ma da quando, nel 2014, è primo ministro Modi, al potere grazie ai componenti più estremisti del partito, questo ha dato la stura ai nazionalisti indù per incrementare gli attacchi contro i cristiani. E non dimentichiamo le varie misure a danno delle suore di Madre Teresa. E che dire del fatto mentre noi facciamo affari con l’Algeria, quest’ultima ha espulso la Caritas perché la ritiene un agente straniero, vicino alle comunità povere per fare proselitismo e quindi un attentatore dell’unità ideologica nazionale?»

© 2022 Testo e foto di Romina Gobbo 

pubblicato su Famiglia Cristiana - giovedì 8 dicembre 2022 - pagg. 20, 21, 22

Foto di copertina: Sfollati in fuga dal Mali, in uno dei campi profughi di Kaya, Burkina Faso. Credits RG

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