Pesa l’intolleranza verso le politiche economiche e militari di Parigi
«Non sono venuto a dirvi quale sarà la politica africana della Francia, come qualcuno crede. E questo perché, semplicemente, non esiste più alcuna politica africana della Francia». Così il presidente Emmanuel Macron parlava nel 2017 agli studenti dell’università “Joseph Ki-Zerbo” di
Ougadougou, in Burkina Faso. Ma la dichiarazione della fine della Françafrique fu considerata dagli universitari niente più di un bell’esercizio di retorica. E, all’esterno dell’ateneo, manifestanti chiedevano il ritiro delle truppe francesi. Erano i prodromi dell’insofferenza dell’Africa occidentale nei confronti dell’ex Paese colonizzatore. La presenza della Francia, dopo l’indipendenza degli Stati africani, sarebbe dovuta essere a garanzia delle democrazie, invece spesso ha sostenuto regimi autoritari. Altre questioni che hanno contribuito ad allontanare l’Africa dalla Francia sono la
controversia circa l’utilizzo del Franco CFA, avversato dagli africani che vogliono una moneta locale e, più in generale, il non sentirsi partner alla pari delle multinazionali francesi, che continuano a ricoprire un ruolo primario nei settori chiave dell’economia. TotalEnergies detiene il primato nel settore petrolifero; Orange nelle telecomunicazioni.
Le manifestazioni contro la Francia sono andate via via aumentando. Nel 2021, in Senegal, la popolazione si è rivoltata contro l’allora presidente Macky Sall, accusandolo di aver favorito gli interessi politico-economico francesi a discapito delle imprese locali. Un’insofferenza tramutatisi in intolleranza, anche a seguito dell’aumento della minaccia terrorista. Dal 2012, quando nel nord del Mali, l’Azawad, i Tuareg del Movimento nazionale di liberazione, e alcuni gruppi islamisti si sono ribellati al presidente Amadou Toumani Tourè, proclamando unilateralmente l’indipendenza del proprio territorio, nella regione sono cresciute insicurezza e instabilità. E a nulla sono valse le varie operazioni militari francesi, che hanno impiegato oltre 5.000 soldati. Hanno fallito tutte: Serval in Mali, così come Barkhane che ampliava il proprio ambito a tutti i Paesi del cosiddetto Gruppo dei 5 Sahel (Mali, Mauritania, Niger, Burkina Faso, Ciad), oggi sciolto. Le perdite umane, gli alti costi, ma anche il clima cambiato, hanno convinto la Francia a ritirare le truppe dai vari Paesi, ultimo in ordine di tempo, il Niger. A fine 2023 il presidente nigerino ha chiesto ai francesi di andarsene, guarda caso dopo la stipula di un accordo di cooperazione militare con la Russia. L’impossibilità di garantire la sicurezza – oltre, naturalmente, al dissesto economico, alla disoccupazione crescente, alla povertà endemica, aggravata dai cambiamenti climatici, alla disaffezione delle popolazioni nei confronti dei governanti -, ha anche favorito i colpi di Stato. Cosa che, peraltro, in Africa non è una novità. Negli ultimi quattro anni golpe militari si sono verificati in Mali (due in nove mesi, tra il 2020 e il 2021), in Ciad (aprile 2021), in Guinea e Sudan (2021), in Burkina Faso (due, nel 2022), in Niger (luglio 2023), in Gabon (agosto 2023).
Essendo l’Africa la più grande riserva di risorse naturali e il più grande mercato emergente, con due miliardi di persone nel 2050, ha attirato l’attenzione, non solo della Russia, ma anche di Turchia, Emirati, Arabia Saudita, Qatar, Brasile. Non manca proprio nessuno. La Cina fa caso a sé perché opera in Africa da decenni ormai. Tutti interessati alle risorse, ma ognuno con strategie specifiche, e con nessuna intenzione di interferire sulla governance locale. Ecco perché le giunte militari al governo, oggi unite nell’Alleanza degli Stati del Sahel, incoraggiano la presenza di questi nuovi attori. La Russia sta piano piano coprendo gli spazi lasciati liberi dalla Francia. Per esempio, la Task Force Takuba, a guida francese, ma multilaterale, presente in Mali per addestrare l’esercito locale, ha dovuto andarsene per l’arrivo dei contractor del gruppo russo Wagner, favorito dal presidente golpista Assimi Goïta. E, grazie all’aiuto dei mercenari russi, l’esercito maliano ha ripreso la città di Kidal, da decenni feudo separatista. In Burkina Faso sono arrivati militari russi, una delegazione interministeriale, guidata dal vice ministro della Difesa, Yunus-Bek Yevkurov, per discutere di accordi economici, e 25mila tonnellate di grano. Yunus ha poi incontrato il presidente nigerino, per «cooperare nel campo della difesa». La Wagner, che ha aperto la strada a Mosca in vari Paesi africani, oggi viene via via sostituita dagli Africa Corps, ovvero i reparti regolari dipendenti dal ministero della Difesa russo, assegnati allo schieramento nei Paesi africani alleati. Si tratta del passaggio da un’azienda privata decentralizzata a una controllata più direttamente dallo Stato.
Didascalia foto: Fine della Françafrique. Truppe francesi in Mali in una foto del 2013: il ritiro porta la data del 2022
© 2024 Romina Gobbo
pubblicato su Il Giornale di Brescia – domenica 5 maggio 2024 – pagina 7


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