Uzbekistan. La modernità corre sulla via della seta

Lo Stato ex sovietico solo da pochi anni si è aperto all’economia di mercato e ora punta sugli investimenti stranieri e sul turismo. La maggioranza della popolazione professa un islam tollerante e c’è spazio per le altre fedi. Ma si teme qualche forma di radicalizzazione importata dal vicino Afghanistan

Non puoi conoscere appieno un Paese se non visiti il suo mercato. Perché è lì che incontri la gente comune: commercianti e clienti che contrattano, a volte divertiti, a volte irritati. Un vociare continuo. Il bazar di Siab a Samarcanda praticamente non dorme mai. Si rischierebbe di perdersi tra le spezie colorate e la frutta secca, se non ci fosse un profumo che fa ritrovare la strada. È il profumo del famoso pane di Samarcanda. I panificatori dell’Uzbekistan hanno la stessa precisione dei maestri vetrai di Venezia. Per cuocere queste pagnotte rotonde, simili al disco solare e, con al centro, semi di sesamo, di cumino o di papavero, praticamente infilano la testa dentro al forno di argilla (tandyr) per recuperare gli impasti che vengono cotti attaccati alle pareti. In queste azioni c’è tutta la sacralità di una tecnica millenaria. Il non (pane, in lingua uzbeka) è così fragrante e così originale nelle decorazioni, che non conosce eguali. Lo sapeva bene Mir Masum Shah Murad, dal 1785 emiro di Bukhara, cittadina del nord-ovest. Appassionato di quel pane volle produrlo anche nella sua città. Fece arrivare ingredienti, forno e panettieri da Samarcanda, ma non funzionò. Il sapore dell’originale era irripetibile. Così dovette arrendersi e rassegnarsi a importarlo.


Comincia dal pane il mio viaggio in Uzbekistan. Una pagnotta nello zaino è il dono più prezioso quando si manifestano i crampi della fame. E mi accompagnerà fino al rientro. Lo pilucco sul treno di ritorno fra Samarcanda e Tashkent. Non si taglia, si strappano i pezzi con le mani. È gustoso, sazia e costa poco. È quindi l’ideale per la popolazione, il cui salario medio mensile si aggira sui 350 euro. D’altra parte, è davvero da poco tempo che il Paese si è aperto all’economia di mercato e alle riforme, con il riconoscimento del diritto alla proprietà privata. Indipendente dal 1991, dopo un lunghissimo periodo prima sotto il dominio degli zar e poi come repubblica sovietica, con l’attuale presidente Shavkat Mirziyoyev, il Paese sta affrontando il cambiamento per diventare un “Nuovo Uzbekistan”. L’obiettivo di Mirziyoyev, al potere dal 2016 (dopo la morte dell’autoritario Islam Karimov, primo presidente dal 1991), è l’apertura economica agli investimenti stranieri, da qualunque parte provengano. Il governo, infatti, strizza l’occhio tanto agli Stati Uniti e all’Unione europea quanto alla Cina, senza mai troncare i rapporti commerciali privilegiati con la Russia. E, d’altra parte, il sottosuolo del Paese è decisamente appetibile, ricco com’è di petrolio, gas, carbone, uranio e rame.

Ma la vera forza dell’Uzbekistan è il perfetto connubio tra passato e futuro. Dove il passato è rappresentato da città come Samarcanda, Bukhara, Khiva, Shakrisabz, tutte sottoposte a importanti restauri per attirare il turismo. Che, in effetti, favorito dalla sicurezza del Paese, sta arrivando cospicuo, anche dall’Italia. Oggi ai turisti provenienti da 80 Paesi del mondo non è richiesto il visto. Il futuro è rappresentato dai giovani: la metà di una popolazione di 36 milioni di abitanti, è sotto i vent’anni. Non c’è discorso presidenziale che non li citi. Madina, per esempio, ha 20 anni. È seduta vicino a me in aereo. Io vado per la prima volta in Uzbekistan. Lei è uzbeka, torna a casa dopo una vacanza in Italia. Un meritato periodo di riposo per chi ha cominciato a lavorare giovanissima. «Non sono la sola», dice. «Qui è prassi che i giovani escano presto dalla casa dei genitori, pertanto devono mantenersi». Mi colpisce Madina perché indossa una canotta, jeans e tacchi alti. Ma lei mi spiega che l’islam in Uzbekistan, professato dalla maggior parte della popolazione, non è radicalizzato. Forse perché ancora mediato dal secolarismo sovietico. A Tashkent vedo tante ragazze in maglietta e shorts, altre con l’hijab, poche con il niqab integrale. Ma tutte estremamente colorate. Non c’è una regola. Almeno per il momento.

«Le moschee il venerdì sono piene, ma non si capisce se si tratta di veri credenti», afferma il vescovo Jerzy Maculewicz (nella foto), francescano polacco, che è amministratore apostolico di tutto l’Uzbekistan, in pratica pastore di circa settecento anime cattoliche in un Paese quasi totalmente musulmano. «È più una questione culturale. Pochi conoscono i precetti coranici in profondità. Ed è lì che si annida il pericolo. Chi è ben ancorato alla propria religione, tollera gli altri, chi non lo è, diventa pericoloso». Al prelato, in maniera non ufficiale, dai piani alti è stato chiesto di tenere d’occhio i giovani. La paura è l’infiltrazione delle idee terroristiche. Molti uzbeki hanno combattuto come foreign fighter in vari teatri di guerra. Diverse cellule sono attive nella valle del Fergana e non va dimenticato che il Paese confina con l’Afghanistan dei talebani. «In generale, la convivenza tra culture e religioni è buona», riprende il monsignore. «Qui ci sono persone di ottanta nazionalità diverse, che si riuniscono in centri culturali con cui la nostra comunità cattolica si relaziona costantemente. La convivenza risale a tempi molto antichi. Si racconta che alcuni ebrei arrivarono nel Paese circa 200 anni fa e la loro sinagoga fu costruita dai musulmani. Oggi ci sono sedici diverse confessioni. La Costituzione, adottata nel 2023, ha sancito il principio di laicità e il divieto di supremazia di una religione sull’altra. Ma noto che qualche tassista locale non si avventura a portarmi gli ospiti fino qui alla cattedrale. Li lascia ben distanti. E poi mi è capitato che cercavo un collaboratore. Contento all’inizio, dopo aver parlato con l’imam, ha declinato. Sono piccoli segnali, ma che vanno monitorati. Perché sono sempre i giovani che, delusi o insoddisfatti, finiscono col prendere strade sbagliate». Mentre ammiro la metropolitana di Tashkent, ricca di decorazioni e mosaici, nella stazione dedicata alla celebrazione dei viaggi nello spazio intrapresi dall’Unione Sovietica, mi si avvicina Rustam. Mi saluta in italiano. Mi racconta di aver studiato un anno al Politecnico di Torino. Così scopro una relazione fra Italia e Uzbekistan che non conoscevo. Fu nel 2009 che a Tashkent venne creata la Turin Polytechnic University, grazie alla collaborazione tra Politecnico di Torino, Uzavtosanoat (il gruppo automobilistico statale uzbeko), General Motors e Ministero dell’Università Uzbeko, con l’obiettivo di formare ingegneri qualificati. Anche l’Università di Bologna è presente in Uzbekistan, a Samarcanda, dove nel 2001 ha avviato un progetto archeologico per studiare questa città che era uno dei nodi economici, culturali, linguistici e religiosi lungo l’antica Via della seta. Un nome che rievoca tempi e atmosfere lontani, quasi da Mille e una notte. Ottomila chilometri di itinerari terrestri, marittimi e fluviali, lungo i quali i commerci tra l’Impero cinese e l’Impero romano sono diventati floridi. Ma assieme alle merci –seta, ceramica, spezie… – viaggiavano idee, culture e religioni. Che si incontravano e, qualche volta, si scontravano. Una delle tappe fondamentali era proprio Samarcanda che prosperò grazie alla sua posizione e che dal 2001 è patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Vi passarono condottieri come Gengis Khan e Alessandro Magno, e pure il nostro Marco Polo, di cui nel 2024 sono stati ricordati i 770 anni dalla nascita e i 700 dalla morte. Così la descrisse nel Milione: «Samarcan è una nobile cittade e sonvi cristiani e saracini». Moschee, mausolei, minareti, madrase, oggi semplici scuole coraniche ma all’epoca vere e proprie università, furono fatti erigere dal grande condottiero Tamerlano, che nel XIV secolo fece di Samarcanda la capitale di un impero che si estendeva dalla Mongolia fino all’India e alla Turchia. Gli edifici incantano ancora oggi con i loro colori: turchese, celeste, ceruleo, indaco, blu manganese. Non sapevo che l’azzurro potesse avere così tante sfumature.

L’Uzbekistan ha regalato al mondo la matematica, le scienze e l’astronomia. Matematico, astronomo e geografo, Muhammad al-Quarism, vissuto tra il 780 e l’850, è conosciuto come il padre dell’algebra. Non è certo dove sia nato, ma si pensa sia originario dell’area oggi conosciuta come regione di Khiva, una delle città più antiche dell’Asia centrale. Secondo la tradizione, fu fondata da Sem, figlio di Noè. La sua Itchan Kala (Città Vecchia), uno dei primi siti in Uzbekistan a essere iscritto, nel 1991, tra i patrimoni dell’umanità, è stata la mia tappa preferita in questo viaggio. Mi ritrovo a girovagare all’alba, osservando le mura di fango e mattoni, le moschee, i minareti di maiolica. La temperatura è mite, ma quando il sole sorgerà, l’aria diventerà rovente. Non c’è quasi nessuno, a parte una signora che stende i panni e qualche altra che ramazza. Mi imbatto in un cammello che sonnecchia ancora. È il silenzio la cifra di questo posto. Un segno di rispetto per il passato, che vide questa città per quasi due secoli essere uno dei più grandi mercati di schiavi. Ed è il silenzio che mi ricorda che il deserto non è lontano.

Sei ore di autobus in mezzo a un territorio che è più Sahel che Sahara, e raggiungo l’Oasi di Bukhara, città sacra. Ci si sente piccoli e insignificanti davanti a queste mura imponenti di quindici metri costruite nel V secolo d.C. e che protessero l’emirato fino all’invasione bolscevica del 1920. Sotto i vari emiri, la città visse un periodo di rinascimento intellettuale, testimoniato dalle numerose madrase. Tra le sue viuzze passeggiarono personaggi come Avicenna e Ibn Battuta. Erano 160 gli edifici storici ma, nonostante l’80% sia andato distrutto ai tempi dell’impero russo e dell’Unione Sovietica, ciò che rimane è comunque incredibile. Uno per tutti: lo splendido minareto di Kalyan, costruito nel 1127 per chiamare i musulmani alla preghiera. Davanti a quel manufatto di oltre 45 metri di altezza e un basamento di nove metri di diametro, persino Gengis Khan esitò, permettendo così alle future generazioni di godere della sua bellezza.

© 2025 Testo e foto di Romina Gobbo 

reportage pubblicato su Jesus – domenica 2 febbraio 2025 – pagg. 56, 57, 58, 59, 60, 61

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