Il prete fratello dei senzatetto

Don Marcellino Brivio è stato responsabile in Italia dei presbiteri del Prado, un’opera fondata dal beato Antoine-Marie Chevrier. Una sera sono andata con lui tra i dimenticati del centro di Milano

La notte milanese è fredda a gennaio. E, quest’anno, è anche molto piovosa. Mi aggiro per le vie del centro con don Marcellino Brivio, prete pradosiano che segue, cioè, il carisma del beato francese Antoine-Marie Chevrier, fondatore, a Lione, dell’Opera “La Provvidenza del Prado”, di cui quest’anno ricorrono il bicentenario dalla nascita (16 aprile 1826) e il quarantesimo dalla beatificazione (4 ottobre 1986).

Don Brivio è nato nel 1951 a Imbersago, in provincia di Lecco. La solidarietà l’ha respirata in famiglia. È diventato prete della diocesi di Milano nel 1976 ed è stato parroco in quartieri difficili, da Cinisello al Grotosoglio, e cappellano del carcere di Opera. Per dieci anni è stato anche responsabile per l’Italia dei preti del Prado e oggi continua a dedicarsi ai poveri della strada. Tra i senzatetto lo conoscono tutti, lo salutano, lo fermano per quattro chiacchiere, gli chiedono una sigaretta, gli elencano i bisogni. «Ricordati di…».

LA DUREZZA DELLA STRADA

Ogni sera volontari fanno il giro per consegnare tende, coperte, vestiario e cibo ai tanti senzatetto. Ma la strada non perdona. Spesso chi vive in situazione di vulnerabilità è instabile: psicotici, alcolisti, tossicodipendenti. I dormitori ci sono, ma la maggior parte un tetto vero non lo vuole. L’egiziano Rauf, per esempio, la notte si accovaccia dentro una delle poche cabine telefoniche ancora esistenti. Ma c’è anche una fascia di persone che sono emarginate a causa del loro reddito troppo basso.

Un altro egiziano, Khaled, a Milano dal 1996, vive in un garage. «Non mi piace il dormitorio, voglio la mia autonomia e la mia intimità. Vorrei trovare una ragazza…». Ha un lavoro saltuario che non gli permette di sostenere l’affitto di un appartamento. Khaled ci offre da bere. Mi dice che don Marcellino è un “angelo”. Davanti a una birretta, ricordano i momenti felici con l’amico comune, Nasser. Il “copto che conosceva la Bibbia a memoria” non c’è più. Se l’è portato via un tumore. Don Marcellino ha pagato il funerale e il rimpatrio in Egitto.

«Ho scelto il Prado perché affascinato dalla vita del nostro fondatore, a imitazione di Gesù. Noi pradosiani abbiamo due grandi amori: Cristo e i poveri. Ciò che mi colpisce dei miei amici senza tetto – confida – è la loro capacità di entrare in empatia, di capire subito se qualcosa non va. Io sono generalmente sereno, ma mi capita, come tutti, di avere qualche pensiero. Che faccia hai oggi don? Mi chiedono».

In una biblioteca a Porta Vittoria molti si ritrovano per scaldarsi. Basta non disturbare e si può stare, anche per un sonnellino. Troviamo Muhammed, “l’avvocato”. È intento a leggere un libro, ma mi spiegano che è sempre fermo alla stessa pagina. È a Milano dagli anni ’80 e, non avendo un lavoro stabile, non ha ancora un permesso di soggiorno. Ecco il sommerso che si annida nelle pieghe di una legislazione deficitaria sull’immigrazione. Borbotta: “Dio ha detto: ma che cos’è questo permesso di soggiorno?”

Poi incontriamo Ciro, napoletano. Quanto chiacchiera! Quando usciamo, Marcellino mi dice di fare la tara ai suoi discorsi. Perché ti racconta verità, mezze verità, qualche bugia, fatti immaginari, che sono più una proiezione di quello che vorrebbe essere o di come vorrebbe fosse andata la sua vita. Chi vive ai margini, spesso si costruisce una visione falsata della realtà. Natalia per lavare i piatti in un ristorante, ha chiesto 2.500 euro al mese. Risultato? Nessun lavoro. Sulla strada nascono amicizie, amori, e anche invidie, rivendicazioni, piccoli furti. Una guerra tra poveri.

EMARGINAZIONE IN CITTA’

Dietro a Corso Europa, in Largo Beccaria, e in tanti altri luoghi, ci sono le tendine distribuite dalla Croce Rossa, dalla Ronda della Carità, dai Cavalieri di Malta, e da altre organizzazioni umanitarie. Il Comune chiude un occhio. Così come per i ripari improvvisati dentro gli anfratti delle colonne. La città del business, di notte, diventa un luogo di accoglienza informale. In piazza Santo Stefano incontriamo il “geometra”. Un imprenditore – forse, anche qui andrebbe verificato – che ha avuto sfortuna nella vita, e questo è invece certo. Marcellino gli riferisce che un’azienda cerca un custode. Chissà. Forse la vita del geometra potrà ricominciare. Gli chiedo se di giorno, quando si sposta, non ha paura che gli rubino la tenda. «Accade spesso. Ma questo ci insegna a non legarci troppo alle cose materiali». Sono molto colpita dalla finezza di questo pensiero, che mi ricorda il carisma del beato Chevrier.

I senza tetto stanno anche nei luoghi “in” della Milano bene, sotto i portici della Terrazza Martini, per esempio. Al posto delle tende, rifugi arrangiati con gli scatoloni. Se fossero in strada, sarebbero zuppi perché la pioggia non accenna a smettere. Di nuovo il parallelismo con Chevrier. «Nel 1856 i due fiumi di Lione, il Rodano e la Saona, uscirono dagli argini e allagarono la città. Don Chevrier era all’epoca vicario della parrocchia di Sant’Andrea, nel quartiere della Guillottière. Trasformò la parrocchia in un centro di soccorso usando la barca per portare cibo e vestiario ai bisognosi», mi spiega il trevigiano don Armando Pasqualotto, già responsabile generale dell’Istituto dei preti del Prado. «Fin dalla nascita del Prado, con la conversione di Chevrier nella notte di Natale del 1856, lo Spirito di Dio ha soffiato su questa opera, che è la sua, e questo ci rafforza nel nostro servizio ai bisognosi», conclude lo spagnolo don Diego Martín Peñas, neo-eletto responsabile generale dell’Istituto.

© 2026 Romina Gobbo 

pubblicato su Credere – anno XIII – n. 17 – domenica 26 aprile 2026 – pagg. 40 e 41

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