Il Corno d’Africa è il nuovo punto di interesse per le potenze straniere, perché l’ovest del Continente si ritrova in casa il terrorismo islamico
Il Corno d’Africa è il nuovo punto di interesse per le potenze straniere, perché l’ovest del Continente si ritrova in casa il terrorismo islamico, rispetto al quale né la Francia né la Russia sono riuscite a venire a capo, e perché guarda all’Asia, continente particolarmente dinamico, sia dal punto di vista demografico che economico. Non solo Macron si sta posizionando qui dopo essere stato «defenestrato» dagli storici Paesi di riferimento, ma anche gli Usa che in Africa, anche se giocano sulle retrovie, sono sempre presenti. Il loro sguardo oggi è volto all’Eritrea, ex colonia italiana che
si estende per oltre 1.200 chilometri lungo il Mar Rosso, praticamente di fronte all’Arabia Saudita, partner di investimenti. Una posizione strategica,
particolarmente utile con la guerra in corso tra Stati Uniti e Iran, e con lo stretto di Hormuz, una delle vie d’acqua più importanti del pianeta, controllato da Teheran. Le rotte commerciali verso il Vicino e Lontano Oriente sono molto appetibili, perché si tratta di mercati in espansione. Ma l’area è pericolosa, pertanto agli Usa servono alleati per proteggere il traffico mercantile. Non c’è solo l’Iran con i suoi aut-aut, ci sono anche gli attacchi di gruppi armati con finalità politiche, per esempio in supporto a Gaza, come gli Houthi dello Yemen che agiscono soprattutto nello stretto di Bab el-Mandeb, ed è ripresa la pirateria somala che invece ha come obiettivo i sequestri delle navi o dei marinai per ottenere denaro dai riscatti, e agisce principalmente nel Golfo di Aden e nell’oceano Indiano. La recrudescenza degli attacchi dei pirati era stata un po’ sottovalutata poiché il Golfo di Aden da anni è sotto il controllo di una flotta navale internazionale con compiti difensivi, e gli stessi armatori si sono dotati di maggiori misure di sicurezza. Il ritorno dei pirati, peraltro, avviene in un contesto sotto pressione per ragioni militari, energetiche e assicurative.
Tutto questo fa sì che anche le alleanze vengano riviste. In quest’ottica gli Stati Uniti, mal tollerati dall’Etiopia, intendono recuperare il rapporto con l’Eritrea, deterioratesi dopo che, a giugno 2025, il presidente Trump l’aveva inserita tra i dodici Paesi destinatari del divieto d’ingresso negli Stati Uniti. In particolare, a questo Paese veniva contestato di utilizzare criteri discutibili per il rilascio di passaporti, di non aver reso disponibili agli Stati Uniti i precedenti penali dei propri cittadini, e di essersi rifiutato di riaccogliere i cittadini espulsi. Secondo l’agenzia Reuters, l’amministrazione statunitense revocherà le sanzioni imposte nel 2021 dall’allora presidente Joe Biden, contro il partito al potere (Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia – PFDJ), l’esercito e alcuni alti funzionari, per il loro ruolo nella guerra del 2020-2022 contro la vicina Etiopia. Ancora nulla è stato formalizzato, ma il dialogo mediato dall’Egitto è iniziato. La faccenda, però, non è solo di carattere commerciale. L’Onu ha accusato le truppe eritree che combattevano a fianco di quelle etiopi contro le autorità regionali nella regione settentrionale del Tigray, di diverse
violazioni, tra cui esecuzioni sommarie, rapimenti e sparizioni di rifugiati eritrei in loco. Inoltre, esperti delle Nazioni Unite e sostenitori dei diritti umani hanno accusato l’Eritrea di innumerevoli abusi sotto il trentennale governo del presidente Isaias Afwerki, tra cui la leva militare a tempo indeterminato di uomini e donne. Proprio la questione diritti umani negati aveva fatto scattare le sanzioni di Biden. Il quadro è reso ancora
più complesso dal fatto che, tra Eritrea ed Etiopia, nonostante l’accordo di pace firmato ufficialmente il 9 luglio 2018 ad Asmara, il fuoco cova ancora sotto la cenere. Eserciti e truppe sono stati schierati lungo le aree di frontiera al fine di rafforzare le linee di difesa. Il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha più volte rivendicato uno sbocco sul Mar Rosso considerato fondamentale per lo sviluppo del Paese, che non ha coste marittime. L’Eritrea ritiene questa dichiarazione inaccettabile e la percepisce come una minaccia alla propria sovranità. Gli Stati Uniti, quindi, concepiscono la propria presenza anche in un’ottica di contenimento dell’Etiopia.
© 2026 Romina Gobbo
pubblicato sul Giornale di Brescia – Commenti e Opinioni – venerdì 22 maggio 2026 – pag. 8
https://www.giornaledibrescia.it/opinioni/washington-guarda-eritrea-per-rotte-mar-rosso-jtw5vu6b


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