Un museo valorizza le antiche preziose testimonianze del Patriarcato gradese, erede di quello di Aquileia
Arredi liturgici, reliquiari, paramenti e oggetti sacri legati alla storia della basilica e del millenario Patriarcato gradese, testimonianza viva dei profondi legami di Grado con l’area bizantino-adriatica. Tutto questo si può trovare nel Museo Civico del Tesoro, «atteso da oltre vent’anni», dice il sindaco Giuseppe Corbatto, e finalmente inaugurato nel dicembre scorso negli spazi restaurati dell’ex canonica. «Questo luogo rappresenta un pezzo vivo della nostra identità», continua il primo cittadino. Il progetto nasce dall’accordo – rimasto in sospeso per quasi due decenni – tra il Comune di Grado, la parrocchia di Sant’Eufemia, e l’arcidiocesi di Gorizia. «Noi avevamo l’esigenza di poter esporre il Tesoro in maniera permanente – spiega il parroco, monsignor Paolo Nutarelli –, perché questo tesoro non è solo un insieme di manufatti, ma rappresenta anche la memoria più profonda della nostra comunità, un bene fondamentale della fede. D’altra parte, il Comune riteneva importante avere un museo civico che raccontasse la storia della città. Così abbiamo messo insieme le forze. Noi abbiamo messo a disposizione i locali; il Comune ha finanziato la ristrutturazione».
«Il museo è stato intitolato a monsignor Sebastiano “Bastian” Tognon, il parroco che durante la Prima guerra mondiale mise in salvo il Tesoro, nascondendolo nella casa di un falegname. Senza questo gesto, che lo espose al rischio della vita, oggi non avremmo questi preziosi manufatti di cui si parla nelle fonti antiche. È il monaco longobardo Paolo Diacono (vissuto tra l’VIII e il IX secolo) nella Historia Langobardorum a raccontare come il patriarca Paolo d’Aquileia, temendo le invasioni barbariche, riuscì a fuggire nell’isola di Grado portando con sé l’intero Tesoro della Chiesa aquileiese», spiega Andrea Bellavite, direttore della Fondazione So.Co.Ba (Società per la Conservazione della Basilica di Aquileia), che gestisce apertura e biglietti. «Tra i pezzi più interessanti – illustra il curatore del museo, l’archeologo Dario Gaddi –, ci sono due capselle argentee che contenevano le reliquie dei santi canziani, i fratelli martiri Canzio, Canziano e Canzianilla, ritrovate nel 1871, dopo che per lungo tempo se ne era persa la memoria sotto l’altare principale della basilica di Sant’Eufemia, l’antica cattedrale gradese. Anche le capselle erano state trasferite da Aquileia per sottrarle al saccheggio dei barbari». Una delle due sul coperchio ha una tra le più antiche raffigurazioni d’Occidente della Madonna col Bambino. Sono andate invece perdute le reliquie sommerse dall’acqua che riempiva la fossa. Di grande significato è la copia della cattedra-reliquiario di San Marco: un calco in gesso dell’originale che si trova nell’omonima Basilica veneziana. Il reperto spiritualmente più importante è invece la reliquia della Santa Croce, un frammento di circa 14 centimetri, proveniente da Costantinopoli, e donato all’incirca nel 630 d.C. dall’imperatore bizantino Eraclio al patriarca gradese Primigenio. Il frammento è incastonato in un reliquiario bizantino a forma di croce. Rappresenta una delle più grandi reliquie della vera croce conosciute, simbolo della “signoria” di Cristo. Il dono imperiale evidenzia l’importanza politica e religiosa di Grado che fu patriarcato nell’Alto Adriatico dal 568/70 fino al 1451. Il titolo patriarcale, formalizzato nei secoli successivi e legato a Bisanzio, venne poi trasferito a Venezia da papa Niccolò V, segnando la fine del ruolo di primaria importanza della città.
Accanto al Tesoro sono esposte anche statue, materiali storici e opere provenienti dal patrimonio ecclesiastico locale; si offre così ai visitatori un racconto completo e affascinante della tradizione spirituale dell’isola. Il tutto per una sessantina di pezzi, dal II al XVIII secolo, alcuni mai mostrati prima. Un viaggio nella fede, nei costumi e nella vita quotidiana di quasi duemila anni di storia isolana. Il museo si articola su due piani. Al piano terra, dopo l’area accoglienza, è posta la sezione dedicate all’inquadramento geomorfologico dell’isola, alla città romana e a quella paleocristiana. Al primo piano una sorta di galleria centrale, conduce al cuore del museo, ovvero la stanza del Tesoro. Lateralmente ci sono le sezioni dedicate a Grado altomedievale e medievale. Chiude, la sezione dedicata al Rinascimento e all’età moderna. Le finestre inquadrano la basilica di Sant’Eufemia, dove sono custoditi altri beni di natura liturgica, e gli scavi sottostanti la stessa, che divengono così parte integrante del racconto museale. La valorizzazione dei reperti è affidata a un racconto cronologico e affascinante, che non descrive solo una sequenza di avvenimenti storici, ma aiuta a comprendere la città nella sua dimensione fisica e geografica, dove sono rese evidenti le implicazioni sociali e umane che hanno determinato il “carattere” unico di Grado.

L’esposizione è accompagnata da contributi multimediali: alcuni schermi con animazioni che mostrano, per esempio, l’innalzamento del livello del mare. «Questo spazio espositivo intende valorizzare il passato come riflessione sul presente, e vuole essere un dono alle future generazioni», conclude Gaddi. Attualmente il museo è aperto solo in alcune date selezionate; a luglio e ad agosto sarà aperto tutti i giorni dalle 19 alle 23, in modo da poter essere visitato anche da chi ha trascorso la giornata al mare. L’obiettivo, infatti, di questo Museo, ma anche di quello del nuovo Museo nazionale di archeologia subacquea dell’Alto Adriatico, è di far conoscere Grado non solo per le sue spiagge, ma anche dal punto di vista culturale.
© 2026 Romina Gobbo
pubblicato su Luoghi dell’Infinito – 1 giugno 2026 – pagg. 68, 69, 70, 71
Didascalia: cattedra-reliquiario


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