Una GMG da samaritani

Vivere Seul 2027 nel segno del servizio agli ultimi: è la proposta di padre Vincenzo Bordo da trentasei anni missionario in Corea. «Così aiutiamo i poveri a iniziare una nuova vita»

Mentre il K-pop – il pop coreano – è diventato un fenomeno culturale globale, e anche la pratica del taekwondo ha ormai superato i confini nazionali, ci sono aspetti della Corea di cui poco si conosce. «Perché è tutto e il contrario di tutto», afferma il viterbese padre Vincenzo Bordo, 67 anni, della congregazione degli Oblati di Maria Immacolata, in Corea del Sud da trentasei anni. Quello che non si sa è che ci sono 250mila ragazzi di strada e settantamila persone senza tetto. «Un fenomeno enorme. Loro non vengono da noi, allora andiamo noi da loro». Ha preso la patente a sessant’anni, padre Vincenzo, per guidare un autobus nelle periferie. «Tutti i giorni, dalle 4 del pomeriggio alle 11 di sera, diamo il via al nostro oratorio di strada. Abbiamo con noi cibo e giochi per i bambini. Ma anche esperti per consulenze sanitarie, psicologiche, legali. Ogni giorno incontriamo 100-120 ragazzi e ragazze di strade che, se non venissero aiutati, finirebbero nella piccola delinquenza e nella prostituzione. Un ragazzo che sta sulla strada è un’ingiustizia sociale. I ragazzi hanno il diritto di essere amati, accolti, educati. Se non avviene, è un fallimento per tutti. Ogni giorno è una sfida, perché riceviamo anche insulti, ma siamo forti della pedagogia di Gesù, che andava per le strade della Palestina incontrando la gente».
Di questa esperienza, chiamata Azit, padre Bordo ha scritto nel suo libro “Vi aspetto a Seul”, uno strumento di catechesi in preparazione alla prossima Giornata mondiale della gioventù che, come voluto da papa Francesco nel suo viaggio apostolico nel Paese asiatico nel 2014, si terrà nella capitale coreana dal 3 all’8 agosto 2027. «In quell’occasione, proporrò Azit alla Chiesa universale. Perché oggi bisogna “indossare il grembiule” e uscire dalle chiese».
Padre Vincenzo ha anche fondato la Casa di Anna, una onlus riconosciuta e finanziata dal governo per il 45% (il resto sono donazioni private), che gestisce una decina di case per ragazzi di strada (dai più piccoli ai giovani di 27-28 anni), la mensa per i poveri, frequentata ogni giorno da 500 persone, uno shelter (rifugio) dove vivono una trentina di senza tetto, un dormitorio, una piccola fabbrica e vari servizi che coprono tutti i bisogni. «Innanzitutto, mangiare, dormire e lavorare. Per poter iniziare una nuova vita». Alcuni giovani, provenienti dalle diocesi di Viterbo e di Arezzo e da una parrocchia di Roma, alloggeranno proprio nelle strutture della Casa di Anna. «Potranno così mettersi al servizio dei nostri poveri. Sarà per loro un’esperienza significativa, come lo sarà la Gmg, che governo e Chiesa locale stanno organizzando molto bene».
In questi decenni anche i poveri sono cambiati. «All’inizio c’era una povertà in senso classico: i “barboni”, sporchi, straccioni, mendicanti. Adesso ci sono le nuove povertà: sono gli outsider di una società troppo veloce, complessa articolata. Chi non è in grado di stare al passo, rimane fuori. La Corea è il primo Paese al mondo per numero di suicidi: riguardano soprattutto anziani e giovani. I primi perché, siccome non ci sono né welfare, né pensioni, non vogliono pesare sui figli. I secondi perché la società è molto competitiva, e a volte non riescono a rispondere alle aspettative dei genitori».
Anche la Corea vive il problema della secolarizzazione. Nel ’90, quando padre Bordo arrivò, l’80% dei cattolici (con i cristiani costituiscono circa il 25% della popolazione) frequentava la Messa domenicale; oggi sono scesi al 17%. «Se anche i numeri dei fedeli non sono più quelli del passato, la Chiesa è ancora viva. Nel ’90 noi missionari italiani eravamo una settantina, adesso siamo in sei. Non c’è più tanto bisogno della nostra presenza. Il Paese conta 2.500 parrocchie con più di seimila sacerdoti locali. Dopo di che, il cambiamento culturale è innegabile. Un esempio. Al mio arrivo, la gente diceva “la nostra famiglia, il nostro Paese, la nostra nazione, il nostro quartiere”; si usava, cioè, il “noi”, a rimarcare un’appartenenza. Quel “noi” oggi è stato soppiantato da “io”. Si è passati da un senso comunitario molto forte all’individualismo. Alcuni valori tradizionali sono andati persi». Ma altri sembrano tenere. «Il sabato pomeriggio tantissimi giovani vengono a fare volontariato. Chiedo loro: “Perché vieni”? Rispondono: “Perché servire la comunità è importante. Condividere è una gioia. Amare è bello. Perché mi dà un senso di libertà. I poveri sono importanti”. Parlano di amore, giustizia, libertà, condivisione. Sono nomi di Dio. Fanno esperienza di Dio e non lo sanno».
Questo Paese dove il cattolicesimo è autoctono, fondato da un gruppo di laici affascinati dalle Sacre Scritture, era stato da subito il desiderio di padre Vincenzo. Oggi è considerato un “coreano tra i coreani”, e si è guadagnato il nome locale Kim Ha-Jong che significa “servo di Dio”. «Ogni persona sola, abbandonata, è una ferita aperta di Cristo risorto. Io ho l’onore, la gioia, la grazia di curare queste ferite. La Casa di Anna non è un’opera sociale, è un’esperienza mistica, dove accogliamo, curiamo e amiamo».

© 2026 Romina Gobbo 

pubblicato su Avvenire – Pastorale giovanile – Mercoledì 23 settembre 2026 – pag. 16

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